Asti Dry: lo hanno assaggiato in centinaia, a una festa privata. Ed è già un successo. I commenti sul web

inserito il 26 giugno 2016
L'Asti Dry Santero

L’Asti Dry Santero

L’Asti Dry, cioè una tipologia di spumante non dolce ottenuto da uve moscato, non è solo campioni da fare assaggiare agli addetti ai lavori, ma è stato degustato da centinaia di persone. Che lo hanno trovato molto gradevole, ideale da tutto pasto, perfetto per essenzialmente due cose: tentare di smaltire le scorte di moscato (centinaia di ettolitri) che affliggono  il comparto e sono alla base di molte preoccupazioni, e riesumare quell’orgoglio di appartenenza ormai assopito da troppo tempo e che potrebbe ringalluzzire il “popolo del moscato” (dai produttori di uve alle grandi masion spumantiere) tra troppo costretto a guardarsi l’ombelico e avvezzo al mugugno inconcludente.

È accaduto ieri sera, 25 giugno 2016, alla festa dell’estate che ogni anno la Santero, marchio santostefanese da qualche anno al centro di interessanti e creative azioni di produzione e marketing (su tutti l’extra dry “958″), organizza invitanto conferenti di uva e clienti. Ebbene sui tavoli ai quali si sono sedute centinaia di persona la novità: un menù con la scritta Asti Dry e, dopo l’annuncio fatto da Gianfranco Santero, presidente del gruppo vinicolo, ecco le bottiglie di Asti Dry.

Il sindaco di Santo Stefano Belbo, Luigi Icardi e Gianfranco Santero con la bottiglia non in commercio di Asti Dry

Il sindaco di Santo Stefano Belbo, Luigi Icardi e Gianfranco Santero con la bottiglia non in commercio di Asti Dry

Confezione bianca, ricoperta da una livrea che ricorda la linea grafica del prodotto di tendenza dell’azienda, cioè il 958, la parola Asti scritta in grande e altrettanto evidente, sotto, la parola DRY. Il vino è fresco, leggermente fruttato, ha una morbidezza caratteristica che ricorda fortemente il moscato senza indulgere al dolce ma, anzi, fissandosi su un demi-sec interessante, che induce al bere con un alcol percepito basso, non aggressivo, e una bevibilità estrema. Gianfranco Santero precisa: «È un prodotto che non è in commercio. È una prova. Un’idea. Ci crediamo. È fatto con 100% di moscato nostro. Perciò il territorio c’è tutto. Uno strumento in più per contrastare la crisi dell’Asti docg. Proviamoci».

astidry_1Parole che calano tra i produttori di uva moscato come una pioggia benefica. I commenti tra i tavoli sono positivi. Appena postate le primi immagini dell’Asti Dry sui social si scatena il dibattito. Ci sono produttori che interpretano la nuova tipologia come un elemento in più, in grado di diversificare e allargare la produzione vincola legata al moscato. È il caso di una griffe come Gianlugi Bera, vigne e cantine in quel di Serra Masio di Sant’Antonio di Canelli, una delle colline “santuario” del Moscato. Commenta: «Io più che altro ci vedo enormi possibilità, e vorrei che modificassero l’attuale disciplinare già domani, per permettere di farlo. E per una volta le possibilità sarebbero per tutti: industrie, aziende vinificatrici medie, piccole e piccolissime, produttori agricoli, e intero comparto territoriale. Ma non si cambia il vino: se ne affianca un altro, con lo stesso nome. E finalmente anche nella zona del moscato “monocolturale” potrà formarsi una rete di piccoli produttori qualificati che oggi manca». Non mancano le perplessità. Gianluca Morino, gran produttore di Barbera in quel di Nizza Monferrato, promotore della svola “social” del vino piemontese ed ex presidente dell’associazione del Nizza dichiara: «Senza cambiare gli attori, a cosa serve cambiare il vino? Assurdità completa quando dicono “la fascia vini dolci è in crisi”. Ma dove????». In ogni caso il dado è tratto e il dibattito è aperto.

astidry_manifestoQualcuno si chiede quando l’Asti Dry comparirà sugli scaffali. Nessuno sa rispondere ancora. L’iter non è semplice. Bisogna modificare il disciplinare, bisogna che il Consorzio (che già, come anticipato da SdP, ha ospitato test su diversi Asti Dry vinificati da aziende associate, leggi qui) se ne faccia carico, promuova il cambiamento, ne parli alle case vinicole, fissi regole tecniche e organolettiche, di confezionamento e promozione. Insomma c’è molto da fare, ma bisognerebbe farlo in fretta. Perché la crisi dell’Asti morde sempre più duro, perché la preoccupazione dei vignaioli aumenta, il disamoramento delle aziende nei confronti dell’Asti docg pure. C’è bisogno di una scossa, un elettroshock che fornisca nuovi stimoli. Certo l’Asti Dry da solo, ammesso e non concesso si faccia a breve, non basta. C’è da ricostruire un orgoglio di comparto, una squadra che abbia voglia di fare gol e non solo di passeggiare per il campo. Per fare questo, noi di SdP lo abbiamo scritto più volte, forse occorre resettare, prendere la ricorsa e ricominciare a correre. In questi giorni i vertici del Consorzio pare sia in Cina per tirare le somme dell’operazione Lady Asti di cui, ad onor del vero, si è comunicato sempre meno. Non è escluso arrivino con novità. Se positive o negative è da vedere. Certo la “provocazione” dell’Asti Dry Santero, proposto in degustazione a centinaia di potenziali consumatori, è il segnale forte che la parte operativa del settore moscato, quella fatta da vignaioli e Cantine, ha voglia di cambiare e di mettersi in gioco. E questo le istituzioni: Consorzio, Regione Piemonte, associazioni di categoria, non possono più permettersi di ignorarlo.

SdP

 

1 Commento Aggiungi un tuo commento.

  1. molinari filippo 26 giugno 2016 at 11:38 -

    La misura dell’intelligenza è data dalla capacita di cambiare quando è necessario. Albert Einstein.

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