Asti Secco anno zero. A Canelli, tra tanti auguri, molte certezze e qualche dubbio, va in scena il debutto del nuovo spumante non dolce a base Moscato

inserito il 20 novembre 2017

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Lasciando da parte quelli che “non bisogna parlare al manovratore”, quelli “siamo sempre nel giusto” e gli immancabili “Mi va bene nulla di quello che fate”,  la cronaca della giornata di ieri, domenica 19 novembre 2017, deve prima di tutto registrare alcuni punti fermi: l’Asti Secco, versione non dolce dell’Asti docg, è una realtà che si può toccare con mano e bere e che si vende (a un paio di mesi dal via libera ministeriale se ne sono già imbottigliate 700 mila pezzi); le Case spumantiere piemontesi hanno voglia di produrre e vendere il nuovo spumante secco; i contadini del moscato e il territorio ci credono; il Consorzio di Tutela ha messo in campo risorse di un certo peso per la promozione (1,3 milioni quest’anno, 1,5 l’anno prossimo insieme ad altri 4 milioni per il mercato Usa); e anche politici e amministratori pubblici, da Roma a Torino fino ai Comuni, hanno dato il loro appoggio.
Per quanto inedito non è uno scenario da poco se si considera la naturale inclinazione dei piemontesi a non fare sistema.
Ieri per l’Asti Secco era il giorno “X”. In piazza Carlo Gancia a Canelli la presentazione ufficiale.
E pazienza se la festa, in un primo tempo interpretata come aperta a tutti, è stata limitata a 500 invitati (giornalisti e produttori) e che si è scelto come location una grande tensostruttura che ha fatto storcere il naso a chi avrebbe preferito un palazzo storico, una piazza, un luogo aperto.
Dall’organizzazione sono filtrate motivazione di ordine pubblico dettati dopo i disordini avvenuti in alcune manifestazioni pubbliche.
Massì ci sta tutto, dichiarazioni d’amore e critiche aspre. Perché il mondo del vino piemontese, fatte poche eccezioni, è in perenne fermento e, spesso, riesce a farsi male, molto male, ma non in questo caso.
«L’Asti Secco è una grande opportunità per la filiera e per tornare a far guadagnare tutti» hanno detto in molti ieri. È la speranza. Poi ci sono anche gli scettici che aiutano a rimanere con i piedi per terra. «Sì, ma non facciamoci illusioni. Se pensiamo di far guerra alla corazzata Prosecco abbiamo perso in partenza: loro 500 milioni di bottiglie, noi appena partiti. Non c’è gara» è l’analisi concreta. Come dare torto.
I “travet” piemontesi è una vita che la pensano così. Non resta che fare quello che in Piemonte si sa fare meglio: testa bassa e lavorare. I risultati verranno. Di sicuro. E ci pensa Giorgio Ferrero, assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte, a disinnescare la “mina veneto-friulana”: «Mannò, con il Prosecco è stato tutto chiarito». E va bene anche se non fosse proprio così.
Sul fronte produttivo l’ottimismo, come declamava uno slogan dei primi anni dell’era farinettiana, è il profumo della vita. Schierati sul palco gli industriali e i direttori generali delle maison che fanno Asti Secco ne hanno dette di tutti i colori, in senso buono s’intende. «Riconquisteremo il consumo giovanile», «Puntiamo a occupare il momento degli aperitivi che è rimasto appannaggio di altre bollicine secche», «Rinnoviamo l’immagine del moscato» e il non meno importante e, ovviamente, applauditissimo: «Con l’Asti Secco speriamo che i viticoltori tornino ad avere un reddito più che dignitoso».
Dalla platea affollata, non proprio 500 ma poco ci mancava, molti consensi, qualche perplessità tipicamente sabauda, ma nessun mugugno. Ieri era il momento del serrate i ranghi, del “dai ragazzi che ‘sta volta abbiamo un progetto in cui crediamo”. Bene.
E bene anche il filo d’ironia con cui è stata accolta la presentazione della campagna pubblicitaria da parte di quelli di Hub09, agenzia torinese nata nel 2009 che tra i suoi clienti ha avuto anche, ad esempio, Campari. Lo slogan “rural glam” per indicare lo spirito del mondo del moscato, il logo ‘A (occhio al romanesco!) e qualche definizione fatalmente già sentita, hanno fatto un po’ sorridere, ma meglio così perché per lo meno è stato il segnale di un’attenzione a quello che si sta facendo e si farà per lanciare non solo l’Asti Secco, ma anche riposizionare sui mercati l’Asti dolce che resta un grande vino e va rifondato checché ne dicano i “marchettari” (definizione presa a prestito dalla presentazione di quelli di Hub09) del marketing, e tutelare la grande crescita del Moscato d’Asti docg che ormai veleggia oltre i 30 milioni di bottiglie.
Conclusione: quello di ieri è stato un bell’incontro. Al di là della forma e delle diverse sensibilità individuali ne andrebbe fatto uno all’anno. Non solo per fare il punto sullo stato dell’arte di un comparto che conta e vale molto di più di quello di cui ha consapevolezza, ma anche perché non deve mancare al sistema moscato lo spirito di rete, la diffusione capillare della cultura del team, della filiera che vince se gioca in modo diverso da come ha fatto l’Italia del Calcio di mister Ventura. Perché stare fuori dai Mondiali basta e avanza (e molto) solo in campo sportivo. Il Mondiale del vino l’Italia e il Piemonte lo devono giocare e vincere.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

Qui le videointerviste a Romano Dogliotti, Giorgio Bosticco e Flavio Scagliola  - immagini realizzate da Vittorio Ubertone 

 

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