Consorzio. L’Alta Langa docg mostra i muscoli. Bava: «Oggi un milione di bottiglie, ma possiamo arrivare a tre». Il “patto con la terra” e l’ipotesi pinot bianco e nebbiolo

inserito il 12 marzo 2018

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Della giornata dedicata all’Alta Langa, spumante premium a docg, che si è svolta lunedì 12 marzo nel bel scenario del Castello di Grinzane Cavour le cose che hanno fatto più rumore (a parte l’inconveniente tecnico dovuto a un cellulare troppo vicino al microfono con cui abbiamo realizzato le interviste e di cui chiediamo scusa a intervistati e ascoltatori/lettori) sono stati i dati divulgati dal presidente Giulio Bava e le ipotesi di lavoro a cui il Consorzio si sta dedicando.

I dati

Secondo il Consorzio le bottiglie vendute sono arrivate a un milione, ma, come lo stesso Bava ha sottolineato, la potenzialità del vigneto Alta Langa è di tre milioni. La carta d’identità di quello che Lamberto Vallarino Gancia, primo presidente del Consorzio nato una quindicina di anni fa, definì la via piemontese a un vino che gareggiasse in qualità con i migliori Champagne francesi, consegna una realtà in evoluzione: un centinaio di soci, 75 vignaioli, 18 Cantine e 7 Case spumantiere. Gli ettari, tutti tra le province di Asti, Cuneo e Alessandria, dai 40 iniziali dell’area di produzione sono diventati 217 di cui 200 suddivisi equamente tra Astigiano e Cuneese e il resto nell’Alessandrino. Ma non tutti sono in produzione come ha precisato Bava: «Nell’ultima annata abbiamo portato in Cantina un milione e duecentomila chili di uva da cui si è ricavato un milione di bottiglie. In cinque anni, però, – ha avvertito il presidente del consorzio – arriveremo a 350 ettari con un potenziale di produzione di circa tre milioni di bottiglie che dovremo vendere». Per ora l’Alta Langa docg ha un mercato prettamente nazionale. Solo il 15% è venduto all’estero. «Ma dobbiamo consolidare le nostre basi qui. Se Saremo profeti in patria venderemo anche all’estero» ha sostenuto nel suo intervento Alessandro Picchi, avvocato toscano da alcuni anni presidente della Gancia di Canelli acquistata anni fa dalla famiglia fondatrice dal tycoon russo, Roustam Tariko e dove, nel 1985, nacque il primo spumante a base moscato e cinque anni dopo quello brut a base pinot.

Il patto con la terra

Per quanto riguarda il futuro della filiera il Consorzio pensa in grande non solo in materia di numeri e mercato, ma anche di paesaggio e sostenibilità. Per questo ha affidato un progetto di “patto con la terra” al professor Piercarlo Grimaldi, già rettore dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e docente di Antropologia Culturale.
Il suo è stato l’intervento più scientifico e poetico allo stesso tempo. Perchè il prof, che è nato in quel di Cossano Belbo, provincia di Cuneo, a un tiro di schioppo da Santo Stefano Belbo e Canelli, ha detto cose forti e belle: «Dobbiamo guardare alla circolarità del tempo e non alla sua linearità» ha spiegato dimostrando come un ritorno ai valori e alle tradizione dell’Alta Langa, quella geografica e culturale, quella che è rimasta “selvaggia” rispetto alla Bassa Langa che ha corso per decenni inseguendo tecnologia e reddito, non possa che fare bene a tutti: società e territorio, ambiente e uomini e donne e futuro. «Bisogna armonizzare le velocità delle aree e trovare punti di contatto e di crescita comune. I valori contadini, il tempo che si rinnova e la natura che rinasce ogni volta sono le strade corrette per trovare nuovi itinerari si crescita, anche sociali oltre che culturali e naturali» è la sintesi di Grimaldi sul “patto con la terra”.

I vitigni

Non sono mancati spunti di riflessione sui progetti futuri del Consorzio e della filiera. Uno di questi e stata la possibile apertura della base ampelografica, cioè le uve che si devono usare per fare l’Alta Langa docg.
Oggi gli unici due vitigni ammessi sono pinot nero e chardonnay coltivati solo in vigneti coltivati in quota a partire da 250 metri sul livello del mare. «Si tratta di vigneti nati e riservati unicamente alla produzione di Alta Langa docg. Se il produttore non ne fa Alta Langa può solo produrre un altro spumante Piemonte doc, ma non altre tipologie» ha precisato Bava.
E tuttavia oggi ci sarebbe l’ipotesi di permettere la coltivazione, sempre nella zona di produzione, di pinot bianco e nebbiolo che potrebbero andare a aggiungersi al pinot nero e allo chardonnay «quest’ultimo molto attaccato dalle malattie» ha detto Giulio Bava. Un’ipotesi che non piace a tutti. Il timore è che l’Alta Langa docg possa diventare un ripiego. «Ma le nostre regole andrebbero rispettate» ha avvertito Bava. A questo proposito da segnalare un paio di cose: l’appunto di Giorgio Ferrero, assessore all’Agricoltura della Regione Piemonte che a Grinzane ha sostenuto come l’ingresso di vitigni autoctoni nella produzione dell’Alta Langa darebbe più concretezza al legame tra vino e territorio e chi, tra i produttori, vorrebbe un disciplinare addirittura ancora più rigido, magari con la quota delle vigne innalzata a 500 metri sul livello del mare per rilvalutare il territorio più autentico dell’Alta Langa. Si vedrà.

Conclusioni

In conclusione l’Ala Langa docg è vivo e lotta insieme a noi, questo è indubbio. Come non c’è dubbio sulle legittime aspirazioni di un comparto partito in sordina e che oggi è un’eccellenza dell’enologia piemontese.
Restano, tuttavia, alcuni nodi da sciogliere.
La penetrazione sui mercati esteri limitata al 15% percepita quasi come un appeal potrebbe, invece, essere un problema relativamente alle precarie condizioni di un mercato italiano che stenta a riprendere quota. Forse, compatibilmente con le risorse disponibili, aumentare le operazioni di divulgazione e promozione su alcuni mercati esteri di riferimento per i produttori piemontesi potrebbe essere auspicabile.
Sul fronte viticolo l’eventuale apertura ad altri vitigni oltre a pinot nero e chardonnay, va governata, come ha detto Bava, da regole strettissime. Se si potrà fare Alta Langa docg anche con l’uva nebbiolo, ebbene questa dovrà arrivare da vitigni destinati solo ed esclusivamente a quel vino. In caso contrario si andrebbe incontro a incognite difficilmente prevedibili.
Infine la comunicazione. A chi ha definito “timido” l’approccio del Consorzio ai canali di comunicazione il presidente Giulio Bava ha replicato sottolineando lo stile “sabaudo” dell’ente ricordando le collaborazioni con importanti eventi agroalimentari. Ottimo, perfetto, ma francamente un po’ restrittivo. Oggi uno spumante come l’Alta Langa docg ha bisogno di spaziare nel mare magnum della comunicazione a 360 gradi e non sempre la carenza di risorse è una motivazione plausibile.
Ad esempio oggi i social, in alternativa alla tv dove i costi sono spesso alti, consentono campagne web a costi bassissimi selezionando il pubblico di riferimento e magari non solo italiano.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

Qui le videointerviste a Giulio Bava, Giorgio Ferrero e Piercarlo Grimaldi. Le riprese e le immagini sono di Vittorio Ubertone.

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