Editoriale. Verso il 4 marzo: perché in campagna elettorale nessuno parla di agricoltura?

inserito il 24 gennaio 2018

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Il quattro marzo l’Italia andrà alle urne per le elezioni politiche e il rinnovo del Parlamento. Non è una notizia. La campagna elettorale, con i soliti finti toni aspri a volte anche peggio, è in corso da qualche mese. Neppure questa è una novità.
La stranezza, semmai, è che mentre il “made in Italy” del gusto collegato all’agricoltura macina utili e produce posti di lavoro, di questo i canditati non parlano, almeno fino ad ora, e men che meno lo fanno in campagna elettorale.
Si sta parlando di tasse, pensioni, lotta alla criminalità, reddito sociale, lavoro, Sanità e Scuola, tutti temi sacrosanti e ben sfruttabili con la leva delle promesse elettorali, tuttavia nessun candidato si è azzardato, fino a oggi, a parlare di agricoltura. Nessuno leader nazionale o regionale, fino a questo momento, ha promesso agli agricoltori un piano di sviluppo concreto, un azzeramento della burocrazia inutile, pratiche veloci per accedere a fondi nazionali ed europei. Nessun candidato ha mai detto che l’Italia, persi molti settori manifatturieri strategici, va rilanciata attraverso le produzioni agroalimentari nei quali è leader mondiale da sempre. Nessuno ha ancora detto che il “fatto in Italia” alimentare passa per una radicale rivisitazione (e svecchiamento) della politica rurale ancora oggi legata a leggi e norme non più attuali e, specialmente in sede europea, frutto di equilibrismi, condizionamenti e compromessi che ne hanno diminuito non solo la forza produttiva, ma anche quella sociale ed economica.
Ci sono delle eccezioni, certo. Il settore del vino, con il Piemonte in testa, è quello che vive un benessere strutturale, forse dovuto proprio a filiere che da sempre sono ben strutturate. In questo senso il testo unico della legge sul vino, che ha avuto nel parlamentare astigiano, Massimo Fiorio (tranquilli, non è più candidato) il maggiore estensore e promotore, tenta di essere uno strumento a favore del dinamismo vitivinicolo.
Resta da vedere, però, se nei fatti burocrati e altri attori, istituzionali e no, riusciranno a fluidificare la legge e renderla viva.
In altri campi, come quello dell’etichettatura degli alimenti e l’indicazione dell’origine delle materie prime (latte, pasta, riso), si va a rilento, mentre è ancora stallo su altri fronti: le quote latte con la Ue che bacchetta l’Italia, la frutticoltura in crisi per mille motivi, i pregiati cereali italiani che valgono sempre meno. Insomma servirebbe davvero che un candidato coraggioso  avanzasse almeno qualche promessa elettorale. Invece niente, silenzio assordante. Per ora.
Eppure gli agricoltori pagano le tasse, consumano servizi e merci, votano. Il sospetto è che a molti candidati questa fetta, grande, di italiani interessi poco o marginalmente. Ed è, secondo noi, un grave errore. Perché il “fatto in Italia”, dal vino al formaggio, dalla carne all’olio, dalla ristorazione all’accoglienza e al turismo, deve molto all’agricoltura di qualità cioè la totalità dell’agricoltura praticata nel Belpaese.
Non rendersi conto di questo non è solo miopia, è stupidità belle e buona.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

La foto di copertina e che apre questo post è tratta dal sito http://www.camera.it.

 

 

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