Eno-falsi. La centrale dell’Asti tarocco? In Brasile. Intanto lo Champagne in Usa…

inserito il 9 aprile 2015

La “guerra” commerciale per la difesa del “made in Italy” non è finita. Anzi divampa più che mai sulla scia di una globalizzazione che alternativamente viene vista come occasione di crescita di crisi, a seconda di come la si affronta. Prendiamo il mondo del moscato. Nel mondo si bevono oltre 500 milioni di bottiglie di vino Moscato tout court, solo un quinto, cioè circa 100 milioni di pezzi sono di vino prodotto da uve italiane, segnatamente piemontese e più precisamente dell’area della docg di Asti spumante e Moscato d’Asti “tappo raso”. Il resto arriva da altre parti d’Italia, Oltrepo su tutte, e del mondo Usa su tutte.

Il settore del moscato docg in Italia sta segnando attraversando un periodo non felice. Da una parte c’è l’Asti spumante che avrebbe diminuito i volumi attestandosi attorno ai 70 milioni. In mancanza di dati ufficiali si parla di un segno meno da diversi milioni di bottiglie. A soffrire i mercati italiano e tedesco. Segnali di stabilità invece per il “tappo raso” che sarebbe a 26/27 milioni.

Le cause della crisi sarebbero la recessione che ancora attanaglia alcuni mercati europei e, per alcuni osservatori, anche una mancanza di programmazione della filiera proprio su quei mercati in difficoltà che andrebbero curati e seguiti di più. C’è da segnalare che, negli ultimi due anni, il Consorzio di Tutela ha investito risorse sul mercato cinese (l’operazione è chiamata Ledy Asti) che, allo stato,  non si sa ancora quanti volumi abbia creato.

 

Quello che, però, SdP ha verificato è che la “guerra” iniziata tanti anni fa dal Consorzio dell’Asti contro l’”Asti sounding”, cioè per contrastare gli spumanti tarocchi che scimmiottavano le bollicine dolci piemontesi a docg più bevute al mondo, è ancora da vincere. Tanto che, navigando sul web, non sono poche le aziende straniere che reclamizzano e hanno in catalogo uno spumante dolce “tipo Asti”. Lo avevamo scritto quattro anni fa (leggi qui) ed è curioso che, ad anni di distanza, la centrale dell’Asti tarocco (ma anche del Prosecco) resti il Brasile, dove il vino spumante dolce da uve moscato viene venduto con la singolare definizione “processo Asti”, a significare che il prodotto è ottenuto con un procedimento simile a quello utilizzato per l’Asti docg. Più “Asti sounding” di così.

E il fatto che in quattro anni nessuno sia riuscito a fare nulla, la dice lunga sull’impotenza italiana a difendere i propri marchi. Del resto è di poche settimane fa la notizia secondo cui il Parmesan ha superato in volumi il vero Parmigiano Reggiano. Olè!

Ma se noi, a ridosso dell’Expo, non riusciamo a comunicare e difendere le nostre eccellenze, che fanno i “cugini” francesi che, in tema di vino e cibo, sono un po’ il nostro altee ego? Si arrabattano e vengono a patti. Tanto che in California esiste addirittura un sito (leggete qui) che spiega perché e per come i californiani possono chiamare i loro spumanti brut “Champagne” semplicemente aggiungendo California. Un po’ come se noi mettessimo Piemonte Champagne ad una bottiglia di Alta Langa. Assurdo? Non tanto. Perché quei furboni di transalpini hanno raggiunto così alcuni risultati commercialmente rilevanti: intanto non si son fatti nemico un mercato potenziale di qualche centinaio di persone e si sono garantiti una rèclame gratuita perché sarà anche uno spumante californiano ma in etichetta c’è scritto Champagne e il marchio è quello che conta.

Insomma, tornando al “processo Asti carioca”, forse è meglio che qualcuno si muova, promuovendo il vero Asti docg e il vero Moscato d’Asti docg. L’occasione d’oro sarebbe l’Expo di Milano che aprirà i battenti tra meno di un mese. Una bella presenza di gruppo, nel nome del vino italiano. Si eviterebbe che i vini nostrani, come si dice da più parti, trovino spazi al di fuori del padiglione Italia, magari nell’area della Cina. Ma il sospetto che vada diversamente c’è (leggete qui) e il rischio che anche l’esposizione mondiale si trasformi in un’occasione mancata più che concreto. Inutile dire che ci piacerebbe moltissimo essere smentiti. Sonoramente.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

2 Commenti Aggiungi un tuo commento.

  1. filippo 10 aprile 2015 at 08:30 -

    Preoccupante!

  2. Luca 10 aprile 2015 at 08:10 -

    in merito A questa questione, ricordo di aver mostrato due o tre anni or sono, le stesse bottiglie al direttore del consorzio il quale, molto amareggiato, mi disse che purtroppo non si poteva far nulla poiché il marchio Asti non era registrato e per questo motivo non si poteva procedere con azioni legali contro i prodotti taroccati. Condizione necessaria affinché si possa procedere legalmente e secondo le normative comunitarie vigenti…. Risulta essere il legame inequivocabile tra la dop e un toponimo territoriale… In altre parole, finché il comune di Asti non farà parte del territorio della Dop, nulla potrà essere realmente fatto contro chi sfrutta l’asti-sound

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