Frenesia pre dazi Usa. Hogan (Commercio Ue) vola a Washington. Il ministro, Teresa Bellanova gli scrive. A Bruxelles arrivano migliaia di firme di produttori italiani. Domani il Parlamento americano vota. Sarà tregua o guerra commerciale?

inserito il 12 Gennaio 2020
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Cominciamo dalla risposta al quesito del titolo: francamente è impossibile prevedere se la missione in Usa del commissario Ue al Commercio, Phil Hogan, la lettera che gli ha inviato il ministro Teresa Bellanova (che pubblichiamo integralmente in coda a questo post), le migliaia di firme raccolte sul web per iniziativa di alcuni produttori e la campagna dei media europei e statunitensi smuoveranno qualcosa sui dazi Usa (il voto del Parlamento Usa è previsto per domani) che potrebbero arrivare anche al 100% su vino e altri prodotti agroalimentari Ue.
Noi propendiamo per il no, soprattutto per il fatto che l’Unione europea, a differenza della Cina e di altre Nazioni che si sono affrettate ha stipulare accordi e armistizi commerciali con gli Usa di Trump, sembra presentarsi debole e divisa all’appuntamento, con la Brexit che incombe, una crisi economica che ancora non è finita e ha lasciato sul terreno danni enormi, Stati membri alle prese con contrasti interni che vanno dalle riforme del welfare all’immigrazione alle guerre (quelle vere con bombe e morti) sulla porta di casa.
Insomma un’Europa acciaccata che dovrebbe replicare al colosso Usa in piena forma la cui economia galoppa al grido di “America First”. Compito non facile per il commissario Hogan che martedì dovrebbe essere a Washinghton.
E intanto domani (13 gennaio) i parlamentari americani dovrebbero decidere sulla proposta del Presidente Trump di inasprire i dazi sui prodotti agricoli europei. Molti osservatori danno lo “yes” come sicuro. Altri prevedono che i dazi non saranno così pesanti e ipotizzano un 30/40%, percentuali che, comunque, infliggerebbero più di qualche problema a vini e altri prodotti italiani in terra statunitense.
Ma che hanno fatto le istituzioni italiane ed europee per scongiurare questa guerra economica che, ricordiamo, è dovuta essenzialmente a una ritorsione su azioni sleali compiute in altro ambito commerciale (l’affair Airubus/Boeing, leggete qui)?
A dirla tutta la mobilitazione istituzionale Ue sui dazi decisi da Trump è apparsa, non solo in queste ultime settimane, debole e tentennante nonostante da più parti si sia parlato di un “lavoro” oscuro fatto dalle diplomazie commerciali, un lavoro talmente sottotraccia che nessuno lo ha visto. Era voluto? Si fa fatica a crederlo.
Per quanto riguarda l’Italia l’impressione è stata di un balbettio sommesso più adatto a chi fa finta di nulla e spera di non essere notato per passare indenne “‘a nuttata” che di chi vuole difendere i propri interessi a Bruxelles e in campo internazionale.
Chi appoggia il Governo attuale si appella alla formula “non si fa pubblicità alle azioni di diplomazia”, chi non apprezza il Conte 2 parla di evidente inadeguatezza dell’esecutivo. Questioni di punti di vista.
Un fatto è certo: negli ultimi mesi su questo tema le istituzioni italiane hanno comunicato poco, anzi pochissimo. Solo all’ultimo è arrivato un colpo di reni per saltare l’asticella, o almeno attutire la caduta. Sulla rete alcuni produttori sono passati all’azione promuovendo una raccolta di firme che ha ottenuto l’adesione di migliaia di webnauti. Si sa i social sono un formidabile canale di informazione e una cassa di risonanza perfetta. Da questo il successo dell’iniziativa che, in qualche modo, ha acceso una luce, ancorché tardiva, sull’argomento. I media, on line e off line, hanno fatto tutto il resto, presentando la questione al di là dell’onda social e sollecitando istituzioni locali e organizzazioni nazionali. Insomma l’effetto “palla di neve” c’è stato tutto. Nel frattempo anche le organizzazioni di categoria si sono mobilitate con lettere (anche loro) e dichiarazioni.
E ora (sabato 11 gennaio) anche il ministero ha fatto sentire la sua voce dicendo, in buona sostanza, quello che molti avevano già sottolineato: la palla sta a Bruxelles. Punto.
La quale Bruxelles che farà? Sembra che Phil Hogan, martedì 14 gennaio sarà a Washington per cercare una soluzione. Visita di cortesia, atto dovuto o un tentativo al fotofinish (ma perché arrivare sempre sul filo di lana?) per trovare una quadra? Staremo a vedere. Intanto la ministro Bellanova gli ha scritto la lettera che riportiamo qui sotto e che è ripresa direttamente dal sito del Ministero. Buona lettura.

La lettera della ministro Teresa Bellanova
“Non un minuto da perdere e un’azione forte dell’Europa. Utilizzare tutte le armi della diplomazia politica nel corso della missione del Commissario europeo Hogan a Washington, che avrà inizio martedì prossimo, per scongiurare la penalizzazione dell’agricoltura e dell’agroalimentare europei. Costituire immediatamente un Fondo ad hoc, senza assolutamente intaccare le risorse Pac, per affrontare questa e altre crisi commerciali e soprattutto, nell’immediato, sostenere le aziende dell’agroalimentare italiano ed europeo colpite ingiustificatamente dai dazi.
Infine, ma non ultimo: mantenere l’unità d’azione europea e la coesione tra gli stati membri che la strategia dell’amministrazione statunitense sta a colpi di dazi tentando di minare.
E’, in estrema sintesi, il contenuto della lettera inviata ieri al Commissario europeo Phil Hogan dalla Ministra alle Politiche agricole, alimentari e forestali Teresa Bellanova.
Che afferma: “Dopo la prima lettera di ottobre, e i numerosi incontri istituzionali a Bruxelles, ho ritenuto urgente sollecitare ancora una volta il Commissario Hogan in vista della sua imminente missione a Washingto
n. Bisogna mettere in campo ogni sforzo negoziale per scongiurare la penalizzazione che rischia di colpire ulteriormente da subito, e con un peso che si annuncia infinitamente maggiore del precedente, l’agricoltura e l’agroalimentare europei. Non è accettabile che agricoltori e imprese paghino dazi addirittura al cento per cento del valore come quelli previsti dalla revisione in corso delle misure. Sarebbe una debacle, che dobbiamo assolutamente scongiurare. Ed è assolutamente necessario costituire un Fondo europeo per sostenere le imprese. Prendendo le risorse dal bilancio europeo e non dai fondi agricoli, perché altrimenti l’agricoltura pagherebbe due volte. Bisogna agire con assoluta urgenza e fare seguire azioni concrete ad impegni e assicurazioni verbali più volte rimarcati. Le nostre imprese hanno già pagato l’embargo russo e non sanno cosa aspettarsi da Brexit. E noi non possiamo muoverci solo dopo che il disastro è accaduto. Dobbiamo farlo prima e dobbiamo farlo subito”.
Per questo, scrive la Ministra Teresa Bellanova a Hogan, bisogna “mantenere l’unità d’azione dell’Unione Europea e la coesione tra Stati membri. Coesione che rischia invece di venire meno, laddove le nuove misure venissero a colpire in maniera sproporzionata alcune categorie di prodotti agroalimentari europei: nel nostro caso, dopo aver gravemente danneggiato il lattiero-caseario, l’ampliamento ipotizzato nella lista finirebbe per colpire nostre filiere strategiche come quelle viti-vinicole, delle carni lavorate, dell’olio di uliva e degli agrumi. L’impatto non sarebbe sostenibile per le nostre imprese che hanno investito molto in questi anni e che, senza adeguate misure compensative, resterebbero di fatto escluse dal mercato americano”.
Ecco allora la seconda priorità, ormai indifferibile dinanzi al quadro che si annuncia: la costituzione a livello europeo di uno strumento adeguato di intervento “in grado di affrontare crisi commerciali come questa, senza intaccare le risorse della 
PAC“.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)



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