Intervista. Parla Mino Taricco neo vice presidente ComAgri del Senato. «Sui dazi Usa si tratti a oltranza. Agricoltura sempre più centrale in Italia». E su Barolo e Barbaresco dice che…

inserito il 6 Febbraio 2020

Mino Taricco, senatore del Pd, è stato nominato vicepresidente della Commissione Agricoltura del Senato. Piemontese della provincia di Cuneo, agricoltore e produttore frutticolo, ex dirigente della Coldiretti («Molti anni fa») e assessore regionale all’Agricoltura, ha dato la notizia della sua nomina sui suoi canali social. Così scriveva ieri, 5 febbraio: “Stamattina sono stato eletto Vicepresidente della Commissione Agricoltura al Senato. Un ulteriore spinta a cercare di onorare sempre meglio l’impegno di rappresentare il nostro mondo in queste Aule Istituzionali. Un grazie sincero per la fiducia ricevuta”.
Oggi, 6 febbraio, Taricco ci ha concesso l’intervista che riportiamo qui di seguito.

Senatore Taricco, l’hanno nominata alla vicepresidenza della Commissione Agricoltura al Senato e lei lo ha comunicato via social. 

Mi  sembrata la cosa giusta da fare.

Quali temi porterà da vice presidente?

I temi nodali sono molti. Tra quelli più importanti la sostenibilità dell’agricoltura, un argomento sempre più al centro del dibattito italiano e internazionale; la lotta alla concorrenza sleale che implica la rimodulazione dei rapporti tra mercati e grandi gruppi che rischiano di monopolizzarli; il problema legato a particolari truffe nel settore alimentari per le quali si prefigurano reati ben più gravi della truffa, ma per le quali mancano norme ad hoc che commisurino la gravità del fatto con la pena prevista.

In questo periodo si parla molto dei dazi di Trump. Non crede che l’Unione Europea si sia mossa in ritardo e, in qualche caso, in ordine sparso?

Non è possibile accettare supinamente le decisioni degli Stati Uniti per il semplice fatto che fanno valere la forza della loro economia. Credo che la Ue abbia fatto quello che doveva e poteva fare: tenere il punto e fare la mediazione sulla mediazione della mediazione…

Cioè?

Semplifico con un esempio piemontese. La questione dazi deve essere risolta come quando si facevano le trattative sul moscato (nella commissione paritetica tra industrie e produttori di uva con la Regione come mediatore-osservatore ndr). Otteneva qualcosa solo chi non si alzava dalla sedia e trattava a oltranza. Con i dazi Usa l’Unione Europea deve fare la stessa cosa: trattare ad oltranza per guadagnare terreno e minimizzare i danni. È chiaro che Trump ha voluto e vuole dividere la Ue. Lo si è visto nei dazi prima serie, lo ha confermato nella seconda fase. Dobbiamo stare uniti e mediare.

Però i francesi di Macron hanno fatto un incontro per i fatti loro e la Ue non è che si è mossa così velocemente come hanno fatto cinesi o giapponesi.

E questi sono i grandi limiti della nostra Unione Europea.

Parliamo del Governo. Si è sempre detto che tutti gli esecutivi abbiano trattato l’Agricoltura come la cenerentola, riservandole scarsa attenzione e risorse. È ancora così?

Sinceramente no. È da alcuni anni che c’è più attenzione. Si è capito che l’Agricoltura è centrale nella vita economica e sociale del Paese. Ci sono molte voci che aiutano l’Agricoltura anche non citandola direttamente.

Però burocrazia e lungaggini non aiutano.

La burocrazia non è un mostro che va contrastato urlando e lamentandosi perché è nata da esigenze che una volta erano meno sentite, come la sicurezza sul lavoro, la raccolta dei dati per la programmazione futura. Certo bisogna trovare iter giusti e il meno lenti possibile. Non è facile.

Parliamo di Piemonte. Vino, frutta, allevamento, sono i tre capitoli fondamentali. Sul vino c’è chi sta benissimo come Barolo e Barbaresco che in questi giorni sono negli Usa per una grande operazione di eno-vernissage, chi avanza con qualche acciacco, come il mondo del Moscato che comunque regge botta e chi, come l’arcipelago Barbera, a fronte di una grande rivincita d’immagine non riesce a spuntare redditi dignitosi per i vignaioli. Non sarà che si va avanti un po’ troppo in ordine sparso?

Non credo al concetto di “squadra”. Il mondo del vino piemontese, come quello di altre regioni, è fatto di interessi particolari che si vogliono e devono tutelare. Sono convinto, invece, che ci siano brand vincenti che vano sfruttati. Ricordo, ad esempio, che nel 2006 la Regione Piemonte fece una grande operazione di promozione in Cina, a Shangai. Era la “Settimana della cucina piemontese”. L’aveva programmata il mio predecessore, Ugo Cavallera e io, appena eletto, mi ritrovai a gestirla. Avevamo tutti i giorni appuntamenti gastronomici con migliaia di commensali e sempre il tutto esaurito. C’era un grande cartello che annunciava l’evento, un tabellone di diversi metri con la parola Piemonte a caratteri cubitali in tre lingue: italiano, inglese e cinese. Il primo giorno sotto il nostro cartello ne comparve un altro, più piccolo, scritto in cinese. Spiegava che il Piemonte era in Italia, vicino alla Francia. Ecco, dobbiamo smetterla di pensare da provinciali e cominciare a programmare in modo globale. Come hanno fatto i francesi con lo Champagne. Sul vino abbiamo eccellenze come il Barolo e il Barbaresco che sono conosciute in tutto il mondo, usiamole per diffonderne altre come il Moscato, la Barbera e gli altri vini e spumanti made in Piemonte. Questo, a mio parere, dovrebbe essere compito della Regione.

La frutta però soffre…

È legata a fattori di mercato e climatici troppo fluttuanti. Parassiti, grandinate, gelate, siccità. Credo, e ne parleremo in Commissione, si debbano potenziare gli strumenti mutualistici per superare le crisi cicliche del settore.

La zootecnia segna qualche difficoltà.

Gli allevatori di suini non credo. Il latte tutto sommato ha tenuto. Gli allevamenti bovini della razza piemontese hanno criticità su cui bisogna lavorare per una programmazione più oculata che garantisca il consolidamento dei redditi e la sicurezza della distribuzione.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

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