L’autogol. La Rai non cita Asti spumante e Alta Langa tra le bollicine italiche. Scatta il mugugno, ma la colpa è di chi fa nulla

inserito il 9 gennaio 2017

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La storia è di qualche giorno fa, è stata ripresa da alcuni media ed è già stucchevole come una trasmissione di Barbara d’Urso o di Fabio Fazio, scegliete voi. Cosa è accaduto. In un programma Rai s’è parlato di bollicine italiane. Che novità! Hanno citato tutti, dal Prosecco al Franciacorta, meno che Asti docg e Alta Langa. Leggi qui.
Apriti cielo! Tra Canelli, Asti e via dicendo tutti a stracciarsi le vesti per quei cattivoni della Rai che non hanno ricordato la leadership made in Piemonte delle bollicine tricolori.
Balle! I piemontesi hanno perso la leadership degli spumanti quando alcune delle Grandi Case storiche hanno disimpegnato risorse e intelligenze e si sono piegate al mercato impippandosene del territorio.
Facciamo i nomi: Riccadonna (Canelli), prima vende agli olandesi della Bols, poi ricompra con altri soci, poi vende a loro che vendono a Campari che trasferisce tutto a Novi Ligure che è sempre in Piemonte ma col vino spumante c’entra una mazza. Risultato: il marchio in Italia è sceso nella percezione del pubblico, ma è leader in Australia, con buona pace della leadership sabauda-canellese.
Gancia: hanno inventato loro lo spumante italiano, ma poi, alla quinta generazione cedono le armi e vendono a un magnate russo. Risultato: il marchio c’è e resta, i prodotti sono sugli scaffali, magari non a prezzi medio-alti, ma ci sono. E l’interesse della proprietà russa? Filtra poco. Negli anni ci sono state dichiarazioni rassicuranti, ultimamente si parla con insistenza di una partnership in Valle Belbo (è la valle delle bollicine tra Cossano Belbo e Nizza Monferrato). Niente di ufficiale. Staremo a vedere. Ma la supremazia di chi ha inventato gli spumanti italiani è chiaramente passata di mano e forse di zona.
Contratto: prima vende al distillatore canellese Bocchino che poi vende ai Rivetti (La Spinetta) di Castagnole Lanze che acquistano 40 ettari in Alta Langa, hanno sedi anche in Toscana e vigneti nella zona del Barolo, ma mantengono la cantina di Canelli come fosse un resort di lusso. Ladership mantenuta? Sì, anche se un po’ di bandiera. Meglio che niente.
Cantina Sociale di Canelli: era un simbolo del moscato. Chiusa tra mille problemi e polemiche.
A Canelli restano alcune aziende importanti. Tosti, Bosca, Coppo, tutte in mano a famiglie locali. Ultimo avamposto di una leadership che non esiste più da almeno 20 anni, e chi se ne accorge e lo denuncia solo ora, fa una operazione di disonestà intellettuale (cioè come dicono a Roma: o ce fa o ce è).
Ora molte bollicine si producono tra Santo Stefano Belbo e Cossano Belbo dove ci sono aziende che fanno volumi e qualità. Che facciano anche spumanti legati al territorio è, però, un altro paio di maniche. C’è chi si è affidato al Dio Prosecco, chi si è inventato marchi aziendali che vanno alla grande e chi ancora ci crede ai vini piemontesi. Sta di fatto che in quell’area si fa business tanto quanto, se non di più, nella “vecchia Canelli” un tempo capitale dello spumante italiano.
E la comunicazione? Solo il Consorzio di Tutela dell’Asti, a ridosso del Natale, ha fatto minispot sulle tv e tappezzato di manifesti e tabelloni la zona di produzione. Un’azione di facciata, per fare  sentire, dopo anni di silenzio, che l’Asti c’è ancora in Italia. Una campagna sopportata dalle Industrie che malsopportano la reclame su un prodotto che non va. Ma bisognerebbe intertogarsi sui motivi della crisi e magari fare notare che se un prodotto non va e non si investe quel prodotto andrà sempre meno. Poche le maison che hanno fatto pubblicità all’Asti, come si può prentedere che quelli della Rai si filino un vino che manco noi consideriamo. Boh.
Capitolo Alta Langa: sotto le feste di fine anno il Consorzio ha comprato le sue belle pagine sui giornali e ha dato la stura a tutto “l’orgoglio piemontese” delle bollicine candidate a diventare lo champagne italiano (incauta dichiarazione di alcuni anni fa). Oggi Alta Langa fa circa 700 mila bottiglie. Non tante.
Ma quello che preoccupa è la comunicazione. Il ritornello è sempre quello: “non abbiamo risorse”. Però se si fanno le assemblee a porte chiuse un po’ uno se la va a cercare l’indifferenza dei mezzi di informazione.
Morale: se la Rai, o chi per essa, ha dimenticato l’Asti docg e l’Alta Langa docg la colpa è solo nostra che non abbiamo saputo fare, o non facciamo più, quello che fanno benissimo Prosecco (che i piemontesi imbottigliano alla grande) e Franciacorta. Che dire ancora? Invece di mugugnare, di denunciare, di fare l’ennesimo autogol da campetto di periferia, non sarebbe meglio alzare i tacchi e darsi da fare? Sì sarebbe meglio.
Anche perché, come ci faceva notare oggi un produttore vinicolo, in realtà il cavallo che corre del Piemonte vinicolo è solo in Barolo, gli altri vini vanno al traino, quando va bene, con l’Asti, che qualcuno definì anni fa un gigante dai piedi d’argilla, che arranca e la Barbera (quella d’Asti) che sta recuperando, ma ha ancora molta strada da fare. Quindi diamoci una mossa o per dirla in piemontese “dumse n’andi”
Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

3 Commenti Aggiungi un tuo commento.

  1. Adriano Salvi 10 gennaio 2017 at 16:17 -

    Il noto Prosecco di Cossano viaggia come un Freccia Rossa….avrete notato come me che in concomitanza con le festività ha fatto una martellante pubblicità “veneziana” in TV su tutte le reti che a confronto quella dell’Asti-Moscato spariva nel mucchio…..NON CE LA POSSIAMO FARE

  2. filippo 10 gennaio 2017 at 10:41 -

    niente. avrebbero detto il vero.

  3. giovanni bosco 10 gennaio 2017 at 10:07 -

    ANALISI PERFETTA…Cosa avresti scritto se la RAI quando parlava del Prosecco avesse inserito anche la Vallebelbo come zona di maggior imbottigliamento ?

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