L’opinione. L’Asti Secco, già a quota un milione, raccoglie consensi, ma anche critiche feroci e spesso immeritate

inserito il 18 dicembre 2017

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Non c’è verso. La vocazione dei piemontesi al darsi addosso non tramonta mai e dovrebbe diventare materia di studio in un corso di antropologia o di psichiatria. Il mondo del vino in questo senso è addirittura un caso di scuola.
Prediamo la filiera più litigiosa che c’é: il moscato.
Archiviate (ma vedrete che risorgeranno) le risse su rese e prezzi per ettaro e per la spartizione delle risorse destinate alla promozione, ecco svolazzare gufi e gufetti sulla testa del neonato Asti Secco di cui, nonostante gli iettatori di professione, se ne sarebbero state imbottigliate già oltre un milione di bottiglie.
Il presidente consortile, Romano Dogliotti, conferma con riserva: «Dati più definitivi li avremo a giorni. Comunque l’Asti Secco dovrebbe essere già a un milione e anche l’Asti Dolce sarebbe in crescita con il Moscato d’Asti docg».
Un evidente segnale di forte interesse , quello di un milione di bottiglie, da parte del mercato per un prodotto sostanzialmente sconosciuto ai consumatori e che è sugli scaffali da poco più di tre mesi. «Ma bisogna attendere febbraio per verificare se la tendenza continuerà» avverte un direttore vendite di una grande azienda spumantiera.
Eppure, nonostante tutto, l’Asti Secco, e di conseguenza il Consorzio dell’Asti che gestisce il suo lancio, ha già cominciato a raccogliere critiche e attacchi, anche aspri e feroci, anche dall’interno del mondo del vino piemontese oltre che da ambienti legati al comparto italiano del vino. Perché?

Premessa 1: avete mai visto i produttori di Bordeaux prendersela con quelli della Loira o della Champagne?
Premessa 2: su questo blog non si sono mai fatti sconti all’operato del Consorzio dell’Asti che in questi anni ha fatto cose buone e meno buone. Tuttavia per supportare l’operazione Asti non dolce l’ente di piazza Roma (ad Asti) ce la sta mettendo tutta ricorrendo a iniziative di promozione finalmente di respiro nazionale.
Per esempio il concerto gratuito della cantante Elisa ad Asti (il 17 dicembre c’è stato quello di Roberto Vecchioni ad Alba) la sera del 31 dicembre. Eppure, nonostante questo, s
uccede che da molte parti arrivino critiche e strali. Alcune condivisibili, altre no.
L’Asti Secco, che sta muovendo i primi passi, è criticato a cominciare dal suo stesso nome. Lo facemmo anche noi (leggi qui) in tempi non sospetti e molto prima di certe reprimende che fatte ora, francamente, lasciano il tempo che trovano.
In ogni caso la denominazione ufficiale che è stata scelta è Asti Secco, con buona pace nostra e la soddisfazione di quelle maison, con interessi nel mondo del moscato, timorose che il suffisso “dry” interferisse con altri loro prodotti o di quelle che aspiravano al termine “Secco” per fare in modo che anche il Piemonte avesse il suo Prosecco, almeno in assonanza linguistica.
Certo il disciplinare permette alle aziende che producono l’Asti non dolce di mettere in etichetta anche il termine “dry” e di certo questa parolina inglese, che significa “secco”, avrebbe messo al riparo da ogni sospetto di emulazione delle bollicine veneto-friulane. Noi lo dicemmo. Ma fu deciso diversamente. Amen.

Tutto ok? Ma nemmeno per sogno!
Appena dopo la presentazione del nuovo Asti Secco (una a Canelli, una a Roma e una Milano) si son fatti avanti i “cercatori di pulci” che hanno lanciato anatemi su chi, Consorzio in primis, ha scritto Asti Secco e non, come è stato chiesto e imposto, Asti docg Secco, con quella “docg” a spezzare le parole e a evitare, almeno nella mente di chi guarda il dito e non la luna, una contiguità troppo “prosecco sounding”.
E c’è stato addirittura chi, in nome di un concetto di territorialità quanto mai selettivo, su questa roba ha ipotizzato addirittura conseguenze legali come se il termine Asti Secco, senza docg nel mezzo scritto su brochure e manifesti pubblicitari avesse un qualche valore legale che non ha, ovviamente. Sotto accusa perfino l’hashtag su Instagram, #astisecco, che il Consorzio sembra abbia cambiano in fretta e furia in #astidocgsecco. Alleluia! 

A criticare sono arrivati pure gli esperti di marketing, i “marchettari” come si chiamano tra loro i guru del “come comunicare meglio per vendere di più”. E giù legnate alla campagna pubblicitaria sull’Asti Secco (realizzata dalla Hub09 di Torino) definita debole, confusa e poco mirata.
E vabbè, una campagna pubblicitaria, una grafica, uno slogan, può piacere o no. Le varianti sono molte: la sensibilità, la cultura e il gusto personali, il contesto in cui si è abituati a vedere e fruire del messaggio pubblicitario, perfino il lavoro che si fa influisce sul nostro giudizio.
Tuttavia un fatto non è da sottovalutare e cioè che per la prima volta, dopo almeno sette anni di quasi silenzio e cose fatte così così (la campagna di Cina non è andata come si pensava) e persino al di là di strani equilibrismi interni che hanno portato alla creazione della strana e inedita figura di vicepresidente senior, il Consorzio dell’Asti è tornato a investire, molto e con convinzione, su una denominazione troppo spesso ostaggio di personalismi e lotte intestine.
Non è poco.
D’altra parte la filiera del moscato i “gufi” se li è allevati da sé. Hanno favorito malcontento e un clima non ideale per la crescita e la stabilità della filiera soprattutto tre elementi: la volontà esplicita delle grandi multinazionali di controllare la governance del comparto; una parte agricola lacerata e poco incline a fare sistema che non esita a cannibalizzare sé stessa e una controparte industriale ancorata a logiche di mercato che suscitano qualche perplessità.
Che fare? Prima di tutto smetterla di autoflagellarsi e cominciare a guardarsi allo specchio, decidere una buona volta che fare “da grandi” e tentare di non “spubblicare” quello che si è creato fino ad ora.
Altrimenti la via è segnata. Per la felicità, sterile, di gufi e gufetti.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

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