Lutto. Il mondo del vino piange Vittorio Vallarino Gancia, alfiere del primo spumante d’Italia

inserito il 13 Novembre 2022

Se n’è andato Vittorio Vallarino Gancia (foto), aveva 90 anni, canellese, da tempo viveva ad Asti ed era stato esponente della quarta generazione di imprenditori del vino e dello spumante.

Ha guidato l’azienda di famiglia, fondata nel 1850, fino ai primi anni Novanta del 1900, con le Cantine storiche a Canelli, nell’Astigiano, dove più di un secolo e mezzo fa, Carlo Gancia, suo bisnonno, aveva inventato il primo spumante d’Italia.

Chi ha conosciuto Vittorio Gancia non può che conservare di lui il ricordo di una persona diretta, chiara, concreta e vera.
Imprenditore con una visione certamente lungimirante, ha calcato la scena dell’imprenditoria italiana per molto tempo e sempre da protagonista. Legatissimo a Canelli e alle sue colline, oltre ad essere stato al timone dell’azienda di famiglia, dandole impulso e stile innovativi con nuovi prodotti, azioni moderne di marketing e comunicazione – chi non ricorda gli spot TV con i figli Lamberto e Massimiliano dove per la prima volta un industriale delle bollicine “ci metteva la faccia” – Vittorio Gancia, Cavaliere del Lavoro, appassionato di medicina come ebbe modo di confidare a chi scrive, fu anche presidente dell’Unione Italiana Vini, presidente del Consorzio di Tutela dell’Asti Spumante e del Moscato d’Asti e della Camera di Commercio di Asti.

Appassionato di motonautica portò la Gancia a essere sponsor delle gare dei motoscafi off-shore con i brand Gancia dei Gancia e Pinot di Pinot stampati sulle fiancate degli scafi.

Vittorio Gancia fu anche protagonista di una drammatica vicenda alla fine degli Anni Settanta, gli Anni di piombo del terrorismo. Nel giugno del 1975 fu vittima di un drammatico sequestro a opera delle Brigate Rosse. Un commando di terroristi lo rapì sulla strada tra casa e lo stabilimento di Canelli. Lo scopo era quello di estorcere alla famiglia denaro per il riscatto. Si parlò di un miliardo di lire. Il giorno successivo, però, a seguito di una segnalazione, ci fu un conflitto a fuoco con i carabinieri e la liberazione dell’ostaggio che era stato nascosto in una cascina dell’Acquese. Nello scontro morirono un carabiniere, Giovanni D’Alfonso, e la terrorista Mara Cagol, moglie di Renato Curcio uno dei capi storici delle BR.

A poche ore dalla scomparsa lo ricorda con commozione il collega e amico Romano Dogliotti, una delle firme del mondo del Moscato d’Asti, anche lui ex presidente del Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti: «Vittorio l’avevo sentito solo una decina di giorni fa e niente mi aveva fatto sospettare che non stesse bene. Ora che non c’è più mi tornano alla mente i pranzi a Castiglione Tinella e a Canelli a parlare di vino e di vigne, i viaggi fatti insieme e anche le vacanze come quella volta che mi portò sul suo motoscafo che guidava personalmente. Vittorio – continua Romano Dogliotti – è stato uno degli imprenditori più preziosi per il mondo del Moscato bianco. Mancherà».

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