Memoria corta o svarione? Alba, city of gastronomy dell’Unesco, celebra Barolo e Barbaresco, ma “dimentica” il Moscato

inserito il 18 novembre 2017

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“Quanta forza nelle nostre radici, solide come le mura antiche dei nostri castelli”, così si legge sul sito (clicca qui) che illustra, con giusto orgoglio langhetto, l’inserimento di Alba nella lista delle “city of gastronomy” dell’Unesco.
Ne avevamo scritto anche noi qui. Ora è on line anche un sito, http://www.albacityofgastronomy.it/, che celebra con lecita soddisfazione il riconoscimento dell’organismo delle Nazioni Unite.
Nel sito si parla di Alba, delle sue qualità e attrattive storiche, paesaggistiche e enogastronomiche, delle colline e dei vigneti che la circondano da cui si ottengono vini famosi. Citati ovviamente Barolo e Barbaresco. Meno ovviamente non c’è traccia dei vigneti di Moscato che pure conta ettari ed ettari di filari ad Alba (frazioni Como e San Rocco Seno d’Elvio) e in paesi vicinissima alla città delle cento torri, come Santa Vittoria d’Alba e Serralunga d’Alba e in altri centri della provincia di Cuneo a cui Alba appartiene, citiamo tra tutti Santo Stefano Belbo e Castiglione Tinella con Mango e Cossano Belbo.
Nel sito sotto il titolo generale VIGNETI DEL PIEMONTE si legge: “Nelle Langhe più basse e nel Roero le vigne ben coltivate, disposte secondo le curve di livello, costituiscono un rimarchevole esempio della interazione tra l’azione dell’uomo e l’ambiente. Poco lontano da Alba vi sono le aree del Barolo e del Barbaresco che fanno parte dei Paesaggi vitivinicoli del Piemonte: Langhe-Roero e Monferrato inclusi nella World Heritage List dell’Unesco. (…)”.
Tutto molto giusto, ma incompleto, perché se il riconoscimento Unesco dei Paesaggi Vitivinicoli del Piemonte nacque oltre 15 anni fa proprio dal cuore della zona di produzione del vitigno Moscato, cioè da Canelli nell’Astigiano, non citare uno dei vitigni più importanti per l’economia albese e dell’intero Piemonte è senza dubbio effetto di memoria corta o di una svarione grossolano che un po’ mette in forse la solidità di certe “radici”.

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Per la verità una concessione al Moscato c’è ed è l’inserimento nella lista dei vini del territorio di Asti e Moscato d’Asti docg. Un po’ poco per un vitigno che diede reddito a molti viticoltori e maison vinicole albesi ben prima di Barolo e Barbaresco. Un comparto, quello del Moscato, che certo non ha valori paragonabili alle aree barolistiche e barbareschiane, che attraversa crisi commerciali periodiche anche di una certa rilevanza, ma che, tuttavia, ancora oggi conta oltre 80 milioni di bottiglie vendute, tra Asti e Moscato d’Asti, in tutto il mondo e una novità recente come l’Asti Secco che sta suscitando interesse non solo in Italia e ha proprio in tante Cantine dell’Albese e del Cuneese, produttori e promotori sfegatati.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

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