Monferrato 1050. Una voce fuori dal coro. Gianluigi Bera, storico e vignaiolo: «È un genocidio culturale. Asti si annulla. La lezione Unesco non è servita»

inserito il 2 febbraio 2017
La tomba di Aleramo a Grazzano Badoglio

La tomba di Aleramo a Grazzano Badoglio

È evidente che su questo blog abbiamo dato voce a perplessità e dubbi su Monferrato 1050, iniziativa che coinvolge le province di Asti e Alessandria, e che, nei desiderata, vorrebbe rilanciare un grande territorio nel nome del Monferrato di aleramica memoria. Si è parlato di “cavalcata intellettuale” di sinergia storica. Allo stato, però, di programmi ancora poche notizie, di strumenti di comunicazione ancora meno.
Qualcuno ci ha tacciati di “tafazzismo”: «Non siete mai contenti. Pronti a criticare progetti inclusivi e a non collaborare».
Vero. Siamo ipercritici. Ma non è vero che non  siamo pronti a collaborare. Lo siamo su basi concrete che qui, ci sembra, non ci siano ancora.
Inoltre ci sia concesso di avanzare altre perplessità sul nome Monferrato: ma siamo davvero sicuri che sia un “brand” vincente quando, ad esempio, la maggior parte dei vini (non dimentichiamo che l’enologia è strategica da queste parti con buona pace di ancora non se n’è accorto) che si produce in zona hanno la denominazione d’Asti?
Ecco, ora ci accuseranno di campanilismo. Invece è bene farsi queste domande, al di là delle proprie convinzioni.
E non siamo gli unici a pensarla così.
Qui pubblichiamo l’intervento di Gianluigi Bera, vignaiolo e storico di lungo corso a cui si devono varie pubblicazioni sull’Astesana. Un intervento che, a quanto ci risulta, avrebbe dovuto essere letto pubblicamente ma che, per vari motivi, sembra sia stato cassato. Bene, siccome siamo fans sfegatati dell’articolo 21 della nostra beneamata Costituzione, ecco l’analisi di Bera, che, lo ripetiamo, non è una critica tout-court, ma offre parecchi e pesanti spunti di riflessione.

“E’ certamente encomiabile progettare la valorizzazione e lo sviluppo di nuove idee imprenditoriali in un Territorio partendo dalla sua cultura. Altrettanto lodevole l’intento di “valorizzare l’area collinare e vitivinicola piemontese, a cavallo fra due province” utilizzando le suggestioni e l’impatto emotivo dei suoi miti fondativi. In questo caso l’area in oggetto è il Monferrato, ed il mito la leggendaria cavalcata mediante la quale il marchese Aleramo definì per la prima volta la sua realtà territoriale. Cultura, storia, suggestioni, fascino: ci sono tutti gli ingredienti perché oggi quella cavalcata si possa rievocare e riproporre come operazione “intellettuale” e di marketing.
Ci sono, però, anche alcuni aspetti che rischiano di inficiare l’iniziativa proprio sul piano culturale e storico.

Asti fuori dalla Marca aleramica

bera

Gianluigi Bera

Seconda cosa non meno importante: a partire dalla fine dell’XI secolo, Asti si costruì un proprio esteso territorio, facendone una compagine statale destinata  ad avere una vita lunghissima malgrado le varie evoluzioni istituzionali: tale territorio non fece mai parte del Monferrato.

Terzo: secondo l’icastica definizione del compianto Renato Bordone, il ruolo storico di Asti è quello di “capitale provinciale” nel retaggio di un proprio stato, di cui difese l’identità e l’alterità fino a tempi molto recenti, a dispetto delle numerose variazioni istituzionali.

Non è certo questa la sede per ripercorrere la storia e le specificità di quel territorio che da “Posse communis Astensis” divenne la “Patria Astese” tout-court già a partire dal XIV secolo, e che fu chiamato “Astesana” in omaggio alla città eponima ed egemone, diventando più prosaicamente “Astigiano” solo a partire dal Novecento.

Storia e specificità non certo inferiori o meno suggestive di quelle del Monferrato, che però oggi proprio in nome della cultura si vogliono negare, cancellare e  rimuovere.

 Un “genocidio” culturale

Oggi si sta di fatto annettendo, o sottomettendo, un Territorio antico, illustre e dalla forte identità imponendogli un nome, una storia ed un’identità che non gli appartengono.
E’ una specie di genocidio culturale, o forse un suicidio culturale, visto che anche la vittima sembra collaborare alacremente alla propria autodistruzione.
Forse perché non sa che cultura, identità, radici, memorie e specificità sono requisiti essenziali ed irrinunciabili per la definizione di un Territorio e di tutte le strategie di marketing ad esso rivolte; forse  perché rinunciandovi, e facendosene imporre di estranee, pensa di ottenere  chissà quali profitti.

Certo, sappiamo com’è andata, e quali sono le premesse e le ragioni che hanno portato a questo incredibile risultato. Anche lì, sarebbe lungo, e anche doloroso ripercorrerle, non fosse altro perché mosse da quel “…peu de  mollesse et de nonchalance dans les esprits” che Carlo Denina rimproverava agli astigiani già nella seconda metà del Settecento, e che da allora è andato sempre peggiorando.

E conosciamo le risposte che di solito ci vengono date quando chiediamo ragione di un simile scempio. “Massì, la storia e la cultura sono roba da vecchi bacucchi chini sui libri polverosi, non contano niente. E poi mica si mettono in discussione, si parla solo di un Monferrato in senso geomorfologico, alla fine sempre di colline si tratta: e di un “marchio territoriale” univoco per fare massa critica: perché a New York cosa vuoi che ne sappiano di Asti o di Casale. Quindi non dimentichiamo la storia ma non ne parliamo, tanto non interessa a nessuno; e lavoriamo tutti uniti sotto la balzana del Monferrato, astigiani, casalesi, acquesi, alessandrini, a costruire “le magnifiche sorti, e progressive”. .

Ignorata la “lezione” Unesco

Grazie a questa logica di annullamento delle proprie specificità, il primo clamoroso risultato lo abbiamo ottenuto recentemente: abbiamo convinto l’Unesco che Asti ed il territorio che da essa prende il nome non esistono, e non vanno menzionati.

E pensare che la richiesta di riconoscimento a “Patrimonio dell’Umanità” è partita proprio da qui: abbiamo venduto la primogenitura per il piatto di lenticchie che qualcuno ha creduto di intravvedere nella rinuncia della propria identità culturale e storica.
E pensare che proprio il caso UNESCO dovrebbe farci capire tante cose: ma di una almeno dobbiamo parlare.
Fino alla fine degli anni ’70 ventiquattro comuni situati sulla sinistra del Tanaro tra Alba ed i confini della nostra provincia, venivano inquadrati territorialmente nel modo più disparato: ad esempio li si definiva “Oltretanaro”, o “Bassa Langa albese”, o addirittura “Alto Monferrato albese”. Quei ventiquattro comuni erano però coscienti di essere “altro”; e  decisero di puntare su quella alterità, costruendosi una propria identità e abbandonando quelle di comodo che in passato erano state loro assegnate. Scelsero di chiamarsi “Roero”, e di fregiare con quel nome le più prestigiose produzioni vinicole della zona, e di marchiare con quel nome tutte le iniziative culturali, turistiche, recettive, ricreative che in essa si svolgevano.

Oggi il Roero non è un marchio territoriale, ma un vero Territorio, con la maiuscola; ed è riuscito nel miracolo di essere inserito nell’area UNESCO senza farne parte. Perché il Roero, pur rivendicando ed affermando le proprie specificità ed unicità, ha fatto fin da subito gioco di squadra con le vicine Langhe grazie alla lungimiranza ed al fiuto del mondo imprenditoriale albese. Al punto che “Langhe – Roero” sono diventati un binomio inscindibile; due realtà distinte e diverse ma unite; ed è “Langhe-Roero” ad essere zona UNESCO almeno nel nome, che poi a ben guardare è la cosa più importante visto che comporta solo onori e nessun onere. Al di là di ogni altra considerazione, resta il fatto che “Langhe – Roero” sono uno splendido esempio di territorio bipartito: unito e unitario nelle strategie e nelle realizzazioni, pur nell’esaltazione delle diversità delle due anime che lo compongono. E quel trattino che  unisce i due nomi distinti e ne fa un’unica realtà è un capolavoro di intelligenza, di lungimiranza e di cultura. 

Un “trattino” che fa la differenza

Ecco, è da quel trattino che bisognerebbe partire. Abbiamo due territori distinti ma complementari; entrambi illustri per la ricchezza dei trascorsi storici, per la bellezza dei paesaggi, per la qualità delle loro produzioni; entrambi affini per le molte potenzialità inespresse, per la condivisione di importanti denominazioni vinicole, per ragioni amministrative e logistiche antiche o recenti. Ci vuole un trattino che li unisca per le strategie di sviluppo ed i progetti comuni.  Ci vuole un trattino per costruire un’unica realtà composta da due territori, ognuno dei quali rispettoso delle proprie radici e delle proprie specificità storiche, culturali, ambientali ed economiche. Ci vuole un trattino che unisca i nomi “Astesana” e “Monferrato” facendone una realtà territoriale forte, competitiva e dinamica. Quel trattino che è insieme l’unione ed il rispetto di due entità diverse è il più grande e rivoluzionario progetto da proporre per questa “cavalcata” dell’intelligenza e della cultura”.

Gianluigi Bera

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