Moscato. Assemblea a Santo Stefano Belbo (Cuneo) tra urla, proclami e qualche spiegazione. Il nodo delle rese e del reddito al tempo della libera contrattazione. E dopo i Cobas si evocano i Cat

inserito il 31 luglio 2018

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Una riunione per capirci qualcosa e, magari, trovare soluzioni. E invece la solita solfa: molta rabbia urlata, poche idee sul futuro, unico obiettivo il reddito senza, però, mettere sul tavolo progetti e iniziative concrete che trasformino i vignaioli da meri percettori di soldi in protagonisti del proprio lavoro.
Quello che è andato in scena lunedì sera (30 luglio) a Santo Stefano Belbo (Cuneo), riunione organizzata dalla parte agricola, è stato il solito psicodramma del moscato: vignaioli incazzati, vertici del Consorzio a cercare di spiegare, nodi da sciogliere, insoddisfazione alle stelle e qualche novità.
Cominciamo da queste. Lunedì a Santo Stefano Belbo si è scoperto che da un paio d’anni, cioè da quando l’Antitrust ha vietato di parlare di prezzi delle uve per evitare che ci fosse l’ombra di un cartello cioè di un accordo tra produttori di grappoli e Cantine, azione vietatissima dalle leggi Ue, i vignaioli sono liberi di chiedere il prezzo che vogliono per le loro uve. Idem con patate anche le Cantine sociali per il loro mosto. Fico! Non fosse per il fatto che a fare la maggior parte dell’Asti docg dolce sono un un paio di industrie, gli altri (Cantine, Cooperative, Liberi e vinificatori) si accodano.
Il risultato è che il prezzo viene più o meno uniformato perché chi ritira il prodotto dà le carte e in qualche modo detta le regole. Capirete che andare a chiedere 3 euro al chilo per il proprio moscato quando gli altri ne chiedono meno di 2, beh non è il massimo della concorrenzialità a proposito di libero mercato. 

In questo schema si inserisce la voce “rese”. Quest’anno si parla di 85 quintali per ettaro per la docg. Per i vignaioli è poco. Vorrebbero di più. Il Consorzio, però, ha spiegato che c’erano da smaltire eccedenze che avevano oltrepassato quota 400 mila ettolitri, ora stanno rientrando sotto li livello di guardia di 300 mila, ma bisogna stare attenti.
Le urla cominciano quasi subito. «Cinque centesimi al chilo risolvono nulla» dice uno. «Non diamo l’uva agli industriali che non vogliono pagare quello che diciamo noi» dice un altro. Applausi. Ma poca convinzione. Dal tavolo dei relatori (il sindaco di Santo Stefano, Luigi Icardi, i vignaioli Mario Sandri, Filippo Molinari e Fabrizio Canaparo con i due vicepresidenti di parte agricola del Consorzio, Stefano Ricagno e Flavio Scagliola, con il presidente vignaiolo, Romano Dogliotti e il direttore del Consorzio, Giorgio Bosticco, come voce spiegante) assicurazioni e suggerimenti poco ascoltate dalla platea.
C’è malumore, «Avete sempre ragione voi!» sbotta uno. Ricagno spiega il mercato libero: «Potete chiedere il vostro prezzo a chi vi ritira l’uva e decidere se darla o meno». Brontolii. Scagliola prova ad aizzare i giovani più critici: «Vinificato la vostra uva e andate a venderla. Rompete lo schema industriale». Risposta: «Non ci interessa. Abbiamo troppe spese».
Insomma il messaggio dalla platea (un centinaio abbondante) è chiaro: vogliamo dare la nostra uva, coltivarla, conferirla, che ci sia pagata bene. Punto.
Anche l’invito a consumare in loco il prodotto che nasce dai grappoli coltivati con fatica e sudore cade nel vuoto. Insomma la consapevolezza del popolo del moscato non passa né per il rischio d’impresa né per l’innovazione, ma solo attraverso la conquista di un reddito dignitoso che viene vissuto quasi come un diritto acquisito. Almeno questa è stata la sensazione della serata.

Poi è arrivato Giovanni Bosco, il pasionario del Moscato. La sua proposta è sintetica: «Ci vogliono i Cat, cioè i comitati aziendali di trattativa». In pratica mini gruppi di vignaioli che trattano direttamente con chi vuol acquistare l’uva, Case spumantiere, Cantine sociali, vinificatori, industria. Insomma dopo la scomparsa della paritetica, la commissione dove, dagli anni Settanta, si svolgevano le trattative per rese e prezzi, ora rischiano di esserci cento, mille micro paritetiche. Serviranno. Bosco sembra crederci e arringa il popolo del moscato: «Svegliatevi!» dice citando, forse senza accorgesene, lo slogan dei testimoni di Geova.

Seguono rumori di fondo, qualche precisazione di Bosticco e Dogliotti che, alla fine, abbandona il tavolo dei relatori e si accoda tra il pubblico dei vignaioli. Che accadrà lo vedremo in questi giorni. Ci dovrebbe essere la proposta di rese del Consorzio alla Regione. Si vedrà. Intanto l’uva è caldissima sotto un sole tropicale, arrivato dopo la pioggia, il freddo fuori stagione, la grandine maledetta. Ma matura, come sempre.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

1 Commento Aggiungi un tuo commento.

  1. Adriano Salvi 3 agosto 2018 at 09:39 -

    sono invecchiato dovendo, ripeto DOVENDO. tramutare in cronaca queste inconcludenti riunioni,,,,, oltretutto quasi sempre svolte, data la stagione, con un caldo inumano…..altro che essere nervosi, Leggendo il resoconto di Filippo Larganà mi rendo conto ancora una volta che non è cambiato nulla nei decenni…..tante proteste e poca o nessuna proposta…..meno male che in fin dei conti il Moscato bene o male se la cava sempre e si continua a produrre e vendere…altrimenti le colline sarebbero finite a gerbido o coltivate a patate……..

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