Opinioni. L’Asti Dry mantenga il nome “Asti”, altrimenti non servirà. Cosa fanno Champagne e Prosecco

inserito il 28 giugno 2016

Asti Dry o non Asti Dry? Questo è il problema. Se sia più utile cambiare un nome conosciuto in tutto il mondo, con alti e bassi, ma comunque noto, o cambiarlo e risalire una china lunga e faticosa con le altre bollicine che stanno in cima e ti guardano dall’alto? Beh, non ci crederete, ma si sta parlando anche in questo in questi caldi giorni di inizio estate. Essì perché le anticipazioni sull’Asti Dry (leggi qui e qui) , il prototipo di uno spumante da uve moscato piemontese vinificato secco o, meglio, demi-sec, hanno incuriosito molti produttori.

Per la veritàc’è chi vede nella novità una chanche in più per staccarsi una volta per tutte dalla monoproduzione di vini dolci (Asti e Moscato d’Asti docg su tutti, ma c’è anche il nodo Brachetto d’Acqui) e chi, al contrario, avanza dubbi su posizionamento, denominazione e vendita di un prodotto che potrebbe dar ulteriori fastidi all’Asti già in crisi profonda (attorno ai 50 milioni di pezzi, erano 80 solo 4 anni fa) mentre il Moscato docg sta più che in salute (30 milioni di bottiglie erano 4 dieci anni fa).

Ebbene mai come in questi casi occorre guardare cosa fanno gli altri. E per altri intendiamo quelle bollicine che vendono tanti milioni di bottiglie in più rispetto all’Asti. Due i riferimenti d’obbligo, uno straniero l’altro italiano: Champagne e Prosecco, ovviamente.

I cugini d’Oltralpe

Lo Champagne (oltre 300 milioni di bottiglie vendute nel mondo) si chiama solo Champagne anche quando è dolce o demi-sec o dry. Blasonatissimi marchi francesi hanno in listino anche tipologie dolci. SdP ne scrisse qui. Dunque variazioni sul tema, mantenendo il nome Champagne, previste dal disciplinare, come si evince dalla tabella che pubblichiamo tratta da champagne.it.

Veuve-Clicquot-Rich-BottleChampagne: Brut o demi-sec?

Il dosaggio è l’ultimo passaggio prima della tappatura. Questa fase prevede di aggiungere al vino una piccola parte di “liqueur de dosage”, anche noto come liqueur d’expédition.

Il giusto dosaggio per ogni tipo di Champagne

La quantità di dosage, che contiene in genere tra i 500 e i 750 grammi di zucchero al litro, dipende  dal tipo di Champagne:

  • dolce, oltre 50 grammi di zucchero per litro
  • demi sec, 32-50 grammi di zucchero per litro
  • sec, 17-32 grammi di zucchero per litro
  • extra dry, 12-17 grammi di zucchero per litro
  • brut, meno di 12 grammi di zucchero per litro
  • extra brut, 0-6 grammi di zucchero per litro

Dunque ci sono diversi Champagne (non previsti altri nomi, i francesi sono maestri nel marketing name) che, proprio come altri vini, si bevono in occasione diverse. Lo ribadiamo attraverso la semplice e chiara tabella del sito spumeggiando.com che in più indica anche gli abbinamenti con i cibi.

Dosaggio g/L Definizione Abbinamenti
0-2 Nature, Pas Dosé, Zéro Molto secco e deciso, per antipasti o aperitivi
3-6 Extra Brut Molto secco e deciso, per antipasti o aperitivi, pesce crudo, primi delicati
7-12 Brut il prodotto classico adatto per l’aperitivo, ma anche con pietanze di pesce e carni bianche
13-17 Extra-Dry Dolce e fruttato per l’aperitivo, un fine pasto
18-32 Sec Per un fine pasto, con dolci non troppo zuccherati, del foie gras
33-50 Demi-Sec Per dessert di frutta, macedonie, pasticceria secca
50 e oltre Doux Per dessert molto dolci, macedonie, torte a pasta lievitata

Il nome in evidenza è sempre CHAMPAGNE, poi la tipologia è indicata in varie forme, ma il legame con la denominazione resta evidente ed è, anzi, un punto di forza che dà slancio.

E quelli del Nord Est

E i cugini del Prosecco doc (attorno ai 400 milioni di bottiglie vendute in crescita)? Fanno la stessa cosa. Il Prosecco resta Prosecco anche se è demi-sec o addirittura dolce. Un particolare che dovrebbe far riflettere il mondo dell’Asti e del Moscato. Anche in questo caso ecco la tabella delle tipologie Prosecco, dal brut al demi-sec. 

PROSECCO DOC SPUMANTE


 

BRUT quando il contenuto zuccherino è inferiore a 12 g/litro.
EXTRA DRY quando il contenuto zuccherino è compreso tra 12 e 17 g/litro.
DRY quando il contenuto zuccherino è compreso tra 17 e 32 g/litro.
DEMI-SEC quando il contenuto zuccherino è compreso tra 32 e 50 g/litro.

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Quindi non solo secco, ma anche dry, demi-sec o esplicitamente dolce. Zonin tra l’altro, che con il mondo del moscato ha rapporti di odio amore per la nota vicenda della sua tenuta Castello del Poggio di Portacomaro con 22 ettari di vitigno moscato fuori dalla zona che il marchio veneto avrebbe voluto entrassero nell’area docg, ha lanciato il suo Prosecco Ice che fa un po’ il verso ai Champagne Rich e un motivo ci sarà. Anche nel caso dei Prosecco dolci o demi-sec c’è un comune denominatore con gli extra dry o brut: stesso nome, cioè Prosecco, per tutte le denominazioni. Ci mancherebbe. La lezioni francese è stata assimilata al meglio.

zonin iceOra questo è da evidenziare soprattutto a chi, tra manager e vertici aziendali, avrebbe espresso parere sì favorevole a tentare la strada dell’Asti Dry, ma cambiando nome al prodotto. Perché? Paura di confonderlo con l’Asti dolce? Facilitare l’inserimento del nuovo prodotto in gamma? A nostro avviso non solo sono falsi problemi. Chiamare un eventuale Astui Dry con un nome diverso potrebbe addirittura vanificare la portata dell’innovazione che, se messa in produzione, si gioverebbe appunto del traino che una denominazione come Asti è ancora in grado di esprimere. Se ci si crede, ovvio.

Non c’è bisogno di avere un master per avere la conferma che lo Champagne è chiamato Champagne anche se doux o demi-sec. Idem per il Prosecco veneto-friulano. Scelte fatte da comparti che valgono 3/4 volte quello dell’Asti e che, quindi, vanno presi a riferimento.

Se, quindi, si deciderà per far nascere l’Asti Dry, si facciano le sacrosante variazioni al disciplinare in tempi brevissimi e si promuova l’Asti Dry chiamandolo Asti però. Sennò non servirà a un fico secco.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

7 Commenti Aggiungi un tuo commento.

  1. Francesco Cortese 1 dicembre 2016 at 10:55 -

    2015 Saracco Moscato d’Asti, $20

    Not to be confused with cheap, mass-market Moscato, this frothy, lightly sparkling wine from Italy is pure joy in a bottle. A perfect match to pumpkin pie, apple pie and just about anything else.

    Tratto da un recente articolo del The Wall Street Journal
    http://www.wsj.com/articles/why-the-best-thanksgiving-wine-is-sparkling-1479395365

    Inserendo il nome del vitigno in etichetta è più difficile distinguere l’esclusività prodotto.

    Per quanto riguarda il fallimento del nome Asti, è un dato di fatto, come ben sottolinea. Il nome Asti non è immediatamente associato al vino e, quando lo è, non è sinonimo di prodotto di tendenza.

    Ma perchè?

    1) Perchè “Asti” è cacofonico.
    2) Perchè in anni passati nell’Asti ci finiva di tutto (altri vitigni o ancor peggio desolfitati) ed il Moscato dei 52 comuni veniva usato in gran parte per Gran Dessert oppure venduto a cisterne fuori regione.

    Intanto l’Asti si vendeva perchè c’era il nome sopra ed era DOC/G

    Come se Valentino usasse stoffe buone per capi non firmati Valentino e scadenti per capi griffati Valentino, intanto c’è il nome che fa vendere. Come andrebbe a finire? Negli anni il marchio Valentino sarebbe compromesso.

    Negli USA si consumano 20 milioni di bottiglie/anno di Moscato d’Asti sulle 350 milioni di Moscato. Abbiamo esportato la moscatomania, agevolando la proliferazione di facsimili.

    Se nel 1993, con l’introduzione della DOCG, il nome fosse stato Asti Classico (distinto quindi dall’Asti Spumante), il Wall Street Journal oggi non avrebbe dovuto scrivere “Not to be confused with cheap, mass-market Moscato” e la moda negli USA sarebbe quella dell’Asti Classico, non del “Moscato”.

    SCACCO!
    Siamo nel paradosso di dover inserire il nome Moscato in nuove DOCG per vendere più prodotto, avendo creato noi stessi una moda vinicola, col Moscato d’Asti (moscatomania), di cui non siamo tenutari.

    Sarà il Canelli DOCG la luce in fondo al tunnel? Come il Nizza DOCG per la Barbera?

  2. giovanni bosco 1 dicembre 2016 at 09:49 -

    Negli anni ’80 le industrie dell’Asti spumante fecero togliere dalla denominazione la parola spumante per far sì che la parola ASTI diventasse un sinonimo di prodotto vinicolo come lo è lo Champagne ed il Prosecco. Spesero un sacco di soldi in pubblicità (circa 25 miolini di euro attuali solo da parte del consorzio di tutela, senza contare quelli spesi dalle singole ditte). Purtroppo per vari motivi fallirono. Basta andare su gogle e cliccare Champagne o Prosecco e compare subito la dicitura che si tratta di vini, mentre se uno clicca Asti viene scritto che una città del Piemonte. Asti se non è abbinamto ad una tipologia di vino non viene riconosciuto come vino. Tantè Moscato d’Asti ma anche Barbera d’Asti, Dolcetto d’Asti, Fresia d’Asti . Mentre non esiste il Pinor di Champagne o il Glera di Prosecco. Senza pubblicità l’Asti non vende tantè che il 90% delle bottiglie di Asti vendute sono abbinate a due Marchi Cinzano e Martini & Rossi le quali spendono cira 20 milioni di euro all’anno di pubblicità.I 30 milioni di bottiglie di Moscato d’Asti vendute all’anno non hanno pubblicità ma solo l’impegno degli oltre 200 tra ditte e privati che hanno sede nel territorio.

  3. Francesco Cortese 30 novembre 2016 at 18:41 -

    @giovanni sono d’accordo che la soluzione del problema siano 50 milioni di bottiglie prodotte da aziende del territorio.

    Cosa non capisco è il nome “Moscato” in etichetta, come distinzione.

    In quale modo è possibile comunicare al consumatore che la dicitura “Moscato” nel Moscato d’Asti Spumante sia sinonimo di territorio?

  4. giovanni bosco 28 giugno 2016 at 17:33 -

    L’alternativa, però, e lo sai, per me è il Moscato d’Asti Spumante. Noi risolveremo il problema unicamente quando avremo 50 milioni di bottiglie di Asti prodotte dalle multinazionali e 50 milioni di bottiglie di Moscato d’Asti nelle due versioni “tappo raso ” e “spumante” prodotte dalle aziende (ditte e piccoli produttori)che hanno stabilimenti sul territorio.Altrimenti con l’Asti dolce o secco ,senza pubblicità; dovremo abituarci ad 80 q.li per ettaro ancora per lunghissimi anni.

  5. filippo 28 giugno 2016 at 17:20 -

    Infatti Giovanni sbaglia e sei cattivo

  6. giovanni bosco 28 giugno 2016 at 17:13 -

    Sarò cattivo. Sbaglierò. Ma a sentire Asti Dry mi vengono in mente quei “Signori” che negli anni ’80 andavano a Casablanca per diventare “Signorine”

  7. molinari filippo 28 giugno 2016 at 11:52 -

    A volte si sprecano piu energie nel parlare dei problemi, di quante ne servirebbero per risolverli. Hanry Ford. Penso sia l’ ora per darsi un ande…. come si dice qui in Piemonte. Sicuramente essendo una novita e facendolo buono avra successo. Chi non ci crede dia lui un alternativa.

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