Quasi Natale #3. L’Asti Secco? Né top, né flop. Il Moscato? da reinventare. L’Asti dolce? Pure. Manca, però, la platea e la consapevolezza della base

inserito il 10 dicembre 2018

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Discorsi sul Moscato davanti a una platea semideserta. È accaduto a Santo Stefano Belbo (Cuneo), sabato mattina. Giovanni Bosco, il pasionario del Moscato, presidente del movimento Ctm che da anni anima il mondo legato alla produzione, chiama a raccolta vignaioli su temi delicati: il futuro del Moscato e dell’Asti docg, la situazione Asti Secco, il nodo delle rese e del disciplinare, per citarne alcuni tutt’altro che leggeri.
Al banco del relatori Flavio Scagliola e Giorgio Bosticco, rispettivamente vice presidente e direttore del Consorzio di Tutela, uno dei più storici se non il più antico d’Italia; insieme a Luigi Gatti (Premio Cesare Pavese e tra i fondatori della Cantina Vignaioli di Santo Stefano Belbo); Francesco Bocchino, assessore comunale santostefanese; Bruno Penna, sindaco di Castiglione Tinella e rappresentante dell’associazione Comuni del Moscato e Lorenzo Corino, enologo, giornalista, scrittore e storico del mondo del moscato.
Nonostante temi e relatori la partecipazione all’appuntamento è stata scarsa. E pensare che sono stati forniti i dati del comparto: 1,8 milioni di bottiglie prodotte per l’Asti Secco, l’Asti Dolce che al 6 dicembre, in vista del Natale 2018, si è attestato a 51 milioni di bottiglie; il Moscato “tappo raso” che cala di un milione di pezzi e deve fare i conti con il fatto che il 75% delle sue vendite siano negli Usa a favore di importatori che lo distribuiscono con propri marchi (e lo potrebbero mollare dall’oggi al domani); volumi complessivi della denominazione attorno agli 88 milioni se entro il 31 dicembre si imbottiglieranno altri 5 milioni di bottiglie.
Poi c’è nodo della promozione. Dal Consorzio si punta su tour press, incoming ed educational. Scetticismo sulla proposta di spot tv e campagne stampa aggressive. «Sono state fatte in passato con risorse ingenti. Non hanno portato niente» sostiene Bosticco.
Emerge l’esigenza di alzare l’asticella della qualità, in vigna, prima di tutto, e in Cantina, a seguire. La platea ondeggia e si scuote (poco). Si capisce che l’argomento che interessa è quello del reddito tout-court. Epperò bisognerebbe confrontarsi con la parte industriale, ma con dati certi: quando costa condurre una vigna di moscato? A quanto deve ammontare il reddito di dignità di un vignaiolo? Urgono studi e relazioni precise da presentare agli industriali. Qualcuno li farà? Magari qualche sindacato? Qualche associazione? Vedremo.
Altri nervi scoperti: spumantelli dolci fatti con i superi non doc e non docg del moscato e i prezzi ci certi Asti docg al di sotto del 2,40 euro a bottiglia. Storie vecchie. Uno scandalo, una vergogna, però, ma nessuno propone soluzioni. Facciamo solo docg con l’uva della zona classica? Creiamo un Asti dei produttori Storico con alta qualità e prezzo adeguato? Abbassiamo la resa per ettaro, ma senza intaccare il reddito? Le carte sono sul tavolo, ma nessuno azzarda una mossa.
Le Case spumantiere, per natura impreditoriale, attendono. La parte agricola, attiva all’interno del Consorzio, fa fatica a trainare una base che appare più interessata al proprio portafoglio che alla qualità, al presente e al futuro della filiera, senza aver capito, dopo anni di lotte e discussioni e persino di cause in tribunale, che l’evoluzione del mondo del moscato non può e non deve essere sono un mero fatto economico, ma passare necessariamente attraverso una crescita culturale, una presa di coscienza. Stupidaggini da fighetti agro-intellettuali?  Qualche anno fa si era coniato lo slogan “è finita l’era dell’uva moscato vendemmiata e salutata”, significava la speranza che i vignaioli, alla fine, avessero consapevolezza del loro status di “detentori della denominazione”, come prescrive la legge, e che solo coltivando uva di altissima qualità, partecipando alla governace della filiera, impedendo speculazioni sia da parte agricola sia da parte industriale, riuscissero prendere il timone del comparto.
Non è accaduto o è accaduto solo una brevissima stagione. Ora serve una svolta. Ci sarà?
Bosco ha evocato i Gilet Gialli anti Macron: «Cosa farete per evitare che i contadini del moscato scendano in piazza?» ha chiesto auspicando perfino disciplinari divisi per Asti e Moscato. Bosticco e Scagliola hanno annunciato l’incontro con un gruppo di giovani che diventeranno ambasciatori dell’Asti in bar e ristoranti. L’iniziativa ricorda quella fatta vent’anni fa proprio da Bosco. Basterà?
Capitolo Asti Secco: 1,8 milioni di bottiglie per un  vino presentato un anno fa non è né top né flop. Lo dice Penna, lo ripetono Bosticco e Scagliola, mentre Tablino ne sostiene la bontà. Okkei, ma c’è molto da fare. Non è abbastanza conosciuto, bisogna aumentarne la diffusione soprattutto nel territorio di origine. Come? I relatori parlano di iniziative di divulgazione, la platea non replica o tace. Sarebbe stato bello fare il solito giochino di chiedere quanti vignaioli del moscato hanno un Asti Secco in frigorifero e, magari, lo richiedono al bar per un’aperitivo al posto di altri Brut più alla moda, ma certo distaccati proprio da quel reddito che gli stessi vignaioli perseguono. Incongruenze del mondo del moscato.
In questo senso risuonano quasi come una beffa i dati relativi a quanti coltivano uve moscato e ne ricavano vino: solo il 3% dei quasi 10 mila ettari della denominazione. Un po’ poco per gente che sarebbe proprietaria della docg.
Inevitabile citare i cugini francesi della Champagne, dove non solo non si fanno concorrenza interna facendo spumanti simil-champagne con i superi di pinot e chardonnay (che non esistono), ma ci sono anche soci di cooperative che conferiscono le uve alla propria Cantina che, in parte gliele restituisce in vinificate e imbottigliare in modo che lo stesso conferente possa vendere per conto suo il proprio Champagne con la propria etichetta. Un esempio di partecipazione, dalla vigna allo scaffale, che dovrebbe far riflettere la platea del moscato, se ancora ne avrà voglia.

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

1 Commento Aggiungi un tuo commento.

  1. Fabio zucchi 13 dicembre 2018 at 15:50 -

    Oggi tutti i bar del Piemonte offrono un prosecchino per aperitivo, non esiste bar che offre Asti secco o vermout. Occorre fare proselitismo e divulgazione nei gestori in prima battuta e poi nei consumatori..
    Mancano pubblicità e assaggi offerti dai gestori! Forza Asti secco e forza vermout!

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