Riso. Coldiretti: «Dichiarare le importazioni dalla Birmania che caccia le minoranze». E in Piemonte nasce “Piemondina”. Ferrero: «Legame con la terra»

inserito il 15 dicembre 2017

Un marchio che identifichi il riso coltivato in Piemonte e un appello a denunciare le importazioni di chicchi provenienti dai territori birmani da cui sono stati allontanati i Rohingya, popolazione di religione islamica, e di cui si stanno impossessando le multinazionali. Il mondo del riso piemontese è in fermento e promette di affrontare temi caldissimi, a cominciare dall’origine della materia prima, sia dal punto di vista agricolo che da quello geopolitico.

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Ma andiamo con ordine. Qualche settimana fa era stata la Regione Piemonte, attraverso l’assessore regionale alle Politiche Agricole, Giorgio Ferrero, a presentare il marchio “Piemondina”, una sorta di ombrello sotto cui riparare la produzione piemontese di riso. «Che ammonta a 117 mila ettari coltivati» aveva precisato Ferrero, ricordando che: «Il riso piemontese rappresenta oltre la metà del riso prodotto in Italia. Una realtà che, con i suoi oltre 1800 produttori, rappresenta un’eccellenza non solo per la quantità, ma anche per la qualità del prodotto, per l’attenzione all’ambiente nelle coltivazioni, per la storia e la tradizione culturale che incarna». E a proposito di Piemondina l’assessore aveva dichiarato: «Non poteva mancare un marchio che garantisse ai cittadini il legame territoriale con il nostro riso. Qui siamo oltre l’etichettatura, che pure abbiamo fortemente voluto (da febbraio l’origine di riso e grano dovranno essere dichiarati in etichetta. Leggi qui), per celebrare un prodotto che da quasi 200 anni ha garantito fama e redditività ad una parte importante del Piemonte e che, siamo convinti, deve giocare un ruolo di grande importanza nel futuro del settore agroalimentare. Con Piemondina – aveva chiarito ancora Ferrero - il consumatore saprà che il riso proposto viene dalla nostra produzione piemontese, e potrà quindi scegliere in modo più consapevole. Non si tratta di protezionismo, ma di trasparenza».
Dalla Regione avevano fatto sapere dell’interesse e disponibilità nei confronti di Piemondina espressa dai rappresentanti di note catene della GDO come Carrefour, Bennet e NovaCoop.

rice in field with sun beam
E sempre in tema di riso ecco che la Coldiretti Piemonte, con una nota diffusa oggi, si occupa dell’origine geopolitica dei chicchi e chiede alle aziende piemontesi di dichiarare se importanto partite dalle aree agricole della Birmania da cui sono stati cacciati, con una vera e propria pulizia etnico-religiosa, i Rohingya, popolo di religione islamica della cui sorte cui si è occupato anche Papa Francesco nel suo recente viaggio nei Paesi dell’Asia Sudorientale.
Ribadiscono Delia Revelli, presidente di Coldiretti Piemonte, e Bruno Rivarossa, delegato confederale: «È ora che le industrie del Piemonte, come dovrebbero fare tutte le industrie di trasformazione, dicano se importano il riso da quei territori da cui sono stati allontanati i Rohingya e dove ora stanno mettendo le mani le multinazionali. Si tratta, in primis, di una battaglia etica e di essere trasparenti nei confronti dei consumatori, ma anche di mettere in condizione tutta la società di compiere una scelta consapevole alla luce delle gravi situazioni che si stanno verificando, oltre alla criticità dei Rohingya, nei paesi asiatici. Ricordiamoci che – concludono Revelli e Rivarossa – il Piemonte resta la regione italiana con i numeri maggiori a livello produttivo con 117 mila ettari, 8 milioni di quintali di produzione e quasi 1900 aziende per cui è necessario intervenire per salvaguardare l’intero comparto e trovare le formule idonee per il rilancio dell’economia risicola Made in Piemonte».
“Medici senza Frontiere – si legge nella nota Coldiretti – ha denunciato che almeno 6.700 Rohingya sono stati uccisi tra agosto e settembre in Birmania tra cui 730 bambini al di sotto dei 5 anni sono morti a causa delle violenze tra il 25 agosto e il 24 settembre. I Rohingya fuggiti in Bangladesh sono stati costretti a lasciare, tra l’altro, più di 28 mila ettari coltivati a riso a Maungdaw nello stato di Rakhine. Le importazioni di riso in Italia hanno raggiunto il valore record di 7,3 milioni di chili in soli nove mesi sulla base dei dati Istat perché, nonostante l’accusa di pulizia etnica, la Birmania gode, da parte dell’Unione Europea, del sistema tariffario agevolato a dazio zero per i Paesi che operano in regime EBA (tutto tranne le armi)”.
Su questa base è durissima la denuncia di P
aolo Dellarole, presidente di Coldiretti Vercelli e Biella con delega al settore risicolo che dice: «Una situazione umanitaria disumana che non può essere ignorata. Oltretutto, le ripercussioni delle importazioni sull’economia risicola italiana e piemontese stanno creando non pochi danni. Basti pensare che, rispetto al 2016, gli arrivi di riso dalla Birmania sono aumentati del 736%. Il comparto continua a vivere diverse problematiche, dai bassi prezzi riconosciuti ai risicoltori fino ad arrivare al sistema medievale della commercializzazione che vige nel comparto dove regnano le speculazioni degli industriali».
Insomma meglio il riso piemontese che è migliore da diversi punti di vista.

SdP

 

 

 

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