
L’amministrazione USA ha confermato, per ora, dazi di almeno il 15% su vini, distillati e su altri prodotti agroalimentari da UE.
Per quanto riguarda il mondo del vino da più parti si chiede un intervento straordinario di supporto della politica (leggi qui, qui e qui). Con varie e diverse reazioni. C’è chi si esprime a favore e chi, invece, sostiene che la politica non può e non deve sopportare i costi ulteriori a cui sono chiamate le imprese coinvolte dai dazi.
Qui cercheremo di spiegare perché, a nostro avviso, la politica italiana debba mettere in campo, senza se e senza ma, risorse e azioni straordinarie, oltre quelle che già mette da erario e fondi europei, a favore delle imprese colpite dalle extratasse trumpiane, anche queste straordinarie e impreviste.
LA POLITICA È UNA COSA…
Per prima cosa partiamo da un interrogativo apparentemente semplice: a cosa serve la politica? Per le fonti che abbiamo consultato, in sintesi è: “… l’arte di governare una società e prendere decisioni per il benessere collettivo, che include la gestione delle risorse, l’organizzazione della vita pubblica e il confronto per definire le regole della comunità. Il termine deriva dal greco polis (città) e si riferisce sia all’azione di chi governa e di chi si oppone, sia all’aspirazione al potere e alla capacità di influenzare il comportamento degli altri per raggiungere obiettivi comuni”.
Nella definizione sono evidenti almeno tre espressioni: benessere collettivo, comunità e obiettivi comuni.
In questi mesi di incertezza, di tira e molla condizionati da eventi geopolitici tragici e drammatici che, in qualche modo, hanno condizionato e condizionano scelte e le politiche, appunto, interne ed estere, degli Stati e dei vari blocchi di influenza geopolitica formati o che si stanno formando, abbiamo sentito politici italiani che, anche in modo severo, hanno espresso la loro contrarietà a che la politica si faccia carico dei problemi a cui va incontro, ad esempio, il modo vitivinicolo che oggi deve affrontare dazi che non sono e non saranno solo del 15%, ma dal 30 al 60%, a causa della catena di rincari che, secondo nostre fonti, stanno già deprimendo le vendite di vino italiano negli USA. Se a questo si aggiungono crisi economiche globali, conflitti armati, sanzioni e campagne salutiste anti-alcol che, senza motivo, coinvolgono anche il vino, ecco la tempesta perfetta. Qualche politico ha detto che se il vino italiano non si venderà più negli Stati Uniti d’America basta trovare altri mercati. Evidentemente quel politico non sa che significa costruire un nuovo mercato e quanti decenni ci vogliano per realizzarlo in modo efficiente e proficuo.
IL BUON PADRE DI FAMIGLIA
Qualcuno potrebbe pensare che questo negare aiuti straordinari alle aziende in difficoltà sia un atteggiamento nobile, dettato da una sorta di spirito da “buon padre di famiglia” davanti a figliolo che deve “cavarsela da solo”. Bene, vediamo quante volte quel “buon padre di famiglia” che vuol essere la politica italiana ha aiutato, e chi, e se davvero ne valeva la pena.
AGNELLI COL PELO
Il caso più eclatante della pseudo imprenditoria italica che ha attinto a piene mani agli aiuti della politica nostrana è l’auto italiana. Circa un anno fa, Dataroom, la rubrica del Corriere della Sera diretta da Milena Gabanelli, pubblicava uno sconcertante report sui soldi dati agli Agnelli/Elkann ex padroni di FIAT poi FCA e poi diventata Stellantis. La versione integrale del servizio lo trovate qui.
Per chi non ha tempo eccone alcuni brani: “Secondo un’indagine condotta da Davide Bubbico, docente di sociologia economica dell’università di Salerno, partendo dai contratti di programma siglati spesso con il Cipe, tra il 1990 e il 2019 (includendo anche Magneti Marelli, Iveco e Pwt) il complesso dei contributi ammonterebbe a circa 4 miliardi di euro, a fronte di poco più di 10 miliardi di investimenti dichiarati. Si tratta di una ricostruzione inevitabilmente parziale, dalla quale però si può stimare che almeno il 40% degli investimenti Fiat siano stati finanziati negli anni dallo Stato italiano”.
Annotiamo che in tempi recenti Magneti Marelli e Iveco sono state vendute.
E poi: “Nel 2020, nel pieno della pandemia, con il Governo Conte II in carica, FCA riceve 6,3 miliardi di prestito coperto da garanzia pubblica. La linea di credito doveva essere utilizzata per pagare gli stipendi, i fornitori e mantenere gli investimenti programmati in Italia. Denaro certamente utile alla fusione con il gruppo francese Psa, da cui nasce, il 17 gennaio 2021 Stellantis, che poi si libera dai vincoli saldando i conti con un anno di anticipo. Al comando arriva Carlos Tavares, il Ceo più pagato d’Europa: 23 milioni di euro l’anno, tanto quanto lo stipendio di mille dei suoi metalmeccanici”.
Annotiamo: tre anni dopo Tavares lascia con uno strascico di polemiche e critiche durissime al suo operato, ma si consola con un sostanzioso assegno di buonuscita. Si parla di decine di milioni di euro, qualcuno dice 35, qualcun altro 100 milioni, comunque molti soldi.
Altri spunti interessanti relativi agli aiuti che lo Stato/Governi (di tutti i colori) hanno concesso alle imprese della famiglia Agnelli/Elkann: cassa integrazione e vari ammortizzatori sociali, incentivi rinnovo macchinari, ecoincentivi, apertura e mantenimento stabilimenti.
Con tutti questi auti che cosa potrebbe andare storto? Tutto. Una voce per tutte, l’occupazione. Citiamo ancora Dataroom del Corsera: “A fronte di tutte queste elargizioni, come sta andando il gruppo Stellantis? Quando è nato (gennaio 2021) negli stabilimenti italiani lavoravano 52.740 addetti. A fine 2023 i dipendenti erano scesi a 42.700. Il perimetro del gruppo è rimasto invariato. Quindi persi in tre anni 10 mila posti di lavoro. Si tratta di uscite volontarie incentivate con «scivoli» che viaggiano fra i 30 e i 130 mila euro. E quindi quanto ha «investito» l’azienda per fare uscire lavoratori dagli stabilimenti italiani? Stellantis non lo dice. Si stima siano stati mobilitati 6-700 milioni. Intanto l’emorragia continua: secondo la Fim, che firma gli accordi per la cassa e oggi presente in tutti gli stabilimenti, ci sono altri 3.000 esuberi“.
Insomma non benissimo.
Stellantis/FCA/Fiat/Agnelli/Elcann non sono stati gli unici ad aver avuto aiuti pubblici e a guadagnarci. Nel panorama della cosiddetta imprenditoria basta pensare a autostrade, editoria, telefonia, TV e saltano fuori tanti di quegli esempi di aiuti e supporti che la metà basta e questo sempre in nome di uno spirito d’impresa spesso nelle mani di personaggi che imprenditori veri non sono e che spesso si rivelano perseguire solo ed esclusivamente il proprio tornaconto a spese delle casse pubbliche.
Consiglio di lettura: il libro Dynasty del giornalista piemontese Mario Giordano che ricostruisce le storie famigliari e imprenditoriali di quattro dinastie italiche: Agnelli/Elkann, Del Vecchio, Benetton e De Benedetti. Potete acquistarlo qui. Ne leggerete delle bruttissime.
VINO D’ITALIA?
Di contro, perché la politica dovrebbe aiutare il mondo enologico italiano? Diamo un po’ di numeri e facciamo un Data Room del vino nazionale.
Secondo i dati più recenti disponibili dal censimento ISTAT 2020 e dalle analisi successive, ci sono circa 255.000 aziende vitivinicole in Italia e l’impiego è distribuito tra oltre 470.000 imprese che rappresentano l’intero settore dal campo alla bottiglia. Le aziende vitivinicole, sebbene diminuite nel tempo, sono diventate più grandi e strutturate, con una superficie media delle vigne in crescita.
Numero di aziende
- Aziende vitivinicole: Nel 2020, le aziende vitivinicole censite dall’ISTAT erano 255.000, rappresentando il 23% del totale delle imprese agricole.
- Imprese del settore: L’intero settore vitivinicolo, dalla produzione agricola alla vendita, coinvolge oltre 470.000 imprese.
Dati di tendenza
- Diminuzione del numero di aziende: Tra il 2000 e il 2020, le aziende vitivinicole italiane sono diminuite di oltre 500.000 unità, ma la superficie totale coltivata a vite è rimasta pressoché stabile.
- Aumento della dimensione media: Le aziende rimaste sono più strutturate, con un aumento significativo della superficie media degli ettari vitati, quasi raddoppiata nel tempo.
Impiego
Il settore vitivinicolo impiega un numero significativo di persone attraverso le oltre 470.000 imprese che operano in tutta la filiera. Questo comprende un ampio spettro di attività, dalle aziende agricole che coltivano l’uva alle cantine che vinificano e imbottigliano, fino alle attività di vendita e distribuzione.
Riprendiamo una nota di Vinitaly del 2023: “La filiera del vino è nel comparto delle “4A” dell’eccellenza Made in Italy (Agroalimentare, Arredamento, Abbigliamento e Automazione). È al primo posto in assoluto per saldo attivo della bilancia commerciale, a +7,4 miliardi di euro, per una filiera che, nel complesso, vale 31,3 miliardi di euro di fatturato sviluppati da 530 imprese e 870.000 addetti, identikit di un settore strategico per il Made in Italy intero, sempre sbandierato, ma che, a volte, non ha la considerazione che si merita”.
Annotiamo: il mondo del vino non chiede 6 miliardi di euro di ristori, i vignaioli non hanno la cassa integrazione, se acquistano un trattore con l’aiuto di fondi UE o Statali lo usano per lavorare e quando vanno in pensione non prendono decine di milioni euro.
Ecco perché la politica dovrebbe sostenere la filiera del vino italiano (e piemontese) senza tentennamenti e false ipocrisie. E c’è da augurarsi che organizzazioni di categoria, Consorzi, UIV, Federdoc e tutta la Governance del vino, sappiano comunicare al meglio alla politica italiana esigenze e aspettative di un comparto prestigioso e proficuo, punta di diamante oltre che economica e sociale di quel “soft power” diplomatico che il Belpaese ha sempre adoperato, e che all’estero (vedi Francia) gode da sempre, chissà perché, di più attenzione da Governi e politici che qui da noi.
Filippo Larganà
filippo.largana@libero.it