
Ieri, nella Terza Commissione regionale, si è fatto i conti con la crisi del vino piemontese che riflette quella del vino italiano. Una situazione ritenuta grave sotto vari punti di vista, dall’economico al sociale, dall’ambientale al paesaggistico (il Piemonte ospita il 50° sito Unesco dedicato ai Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato).
Sotto la lente le eccedenze invendute, si parla di 4 milioni di litri, causate da molti fattori (guerre, dazi, crisi economiche e cambiamento dei consumi) e che hanno messo in sofferenza il comparto.
Da mesi Consorzi, organizzazioni e associazioni di categoria lanciano allarmi a cui sono seguiti summit e riunioni con la Regione. Qualche giorno fa i consiglieri regionali PD hanno sostanzialmente accusato la Giunta Cirio di immobilismo e scarso attivismo su un tema così importante per il Piemonte, chiedendo a presidente e assessore all’Agricoltura di riferire in Terza Commissione.
Ieri, in Commissione, il presidente Alberto Cirio, affiancato dall’assessore, Paolo Bongioanni, ha parlato di luci e ombre, ricordando come il Piemonte, nel primo trimestre 2026, sia stata l’unica regione italiana «a registrare un incremento dello 0,5% delle esportazioni di vino a fronte di una contrazione dell’8,2% su scala nazionale». Ha, tuttavia, anche riconosciuto «le difficoltà provocate dalle tensioni geopolitiche, dai dazi commerciali e dal rallentamento della domanda mondiale». Cirio ha quindi sottolineato la capacità delle imprese piemontesi di reagire a uno scenario internazionale particolarmente complesso e ricordato che: «la Regione ha complessivamente destinato al settore vitivinicolo oltre 100 milioni di euro: circa 80 per il miglioramento delle aziende agricole, 10 milioni per favorire la diversificazione delle attività tramite enoturismo e ospitalità, 18 milioni destinati alla promozione dei vini piemontesi sui mercati nazionali e internazionali, più uno stanziamento straordinario di 1,7 milioni per sostenere le produzioni maggiormente colpite dagli effetti della crisi internazionale e dei dazi».
Sul nodo eccedenze si è parlato apertamente della trasformazione del vino in aceto o alcol. Del resto il presidente di Federvini è Giacomo Ponti, piemontese, della famiglia che produce aceti con il famoso brand. Si tratta, però, di misure ancora tutte da definire e che hanno bisogno di un inter ministeriale.
Marco Protopapa, consigliere regionale per la Lega e già assessore all’Agricoltura, le considera come azioni di emergenza avvertendo che: «Queste crisi si susseguono ciclicamente. C’è bisogno di mettere mano a un riordino del vigneto piemontese che non può essere rimandato». Protopapa fa ipotesi che nel mondo del vino piemontese sono viste sia come necessarie sia come vere eresie: la vendemmia verde, cioè la selezione dei grappoli prima della completa maturazione in modo da modulare la produzione di uva e quindi di vino secondo gli andamenti del mercato e gli estirpi che, però, il consigliere interpreta, con i tempi e i modi necessari, come sostituzione di vitigni più favorevoli ai cambiamenti commerciali.
Dall’opposizione, dopo il duro comunicato dei consiglieri Dem, in cui si accusava la Giunta Cirio di non aver sostanzialmente fatto nulla per risolvere la crisi del vino piemontese e di risponderne, come poi è successo, in Commissione, il consigliere del PD, Domenico Ravetti ha richiamato l’esecutivo regionale alle proprie responsabilità e ai giornalisti ha detto: «Cirio e Bongianni facciano delle scelte. Bisogna dare priorità a questi temi e destinare risorse per milioni di euro» avvertendo: «Noi non ci gireremo dall’altra parte».
L’assessore Bongioanni ha sottolineato qualche “luce”, come il Piemonte sia oggi la seconda regione italiana per esportazioni vitivinicole, alle spalle del Veneto, «grazie alla capacità di adattarsi ai cambiamenti del mercato mondiale» aggiungendo che «Guerre, dazi, crisi economiche e il cambiamento delle abitudini di consumo sono elementi che non possono essere modificati, ma dobbiamo imparare a interpretarli». Per farlo l’assessore indica il nuovo Osservatorio vitivinicolo del Piemonte, realizzato insieme all’Università di Torino e alla Fondazione Agrion, che si occuperà di monitorare l’evoluzione della domanda internazionale, individuare i mercati più promettenti: «Fornendo alle aziende indicazioni sulle strategie commerciali e sugli investimenti più efficaci».
Poi c’è la promozione che per Bongioanni resta un asset rilevante. «Solo nell’anno in corso – ha detto – sono programmati 66 eventi di promozione in Italia e all’estero nei quali il vino rappresenta il principale ambasciatore dell’agroalimentare e del turismo piemontese. Parallelamente, sono stati ricostituiti il Tavolo verde con le organizzazioni professionali agricole e il mondo industriale, e il Tavolo vitivinicolo, al quale partecipano anche i Consorzi di tutela, per affrontare in modo strutturale e condiviso decisioni che toccano tutti i livelli, a partire dalla nuova programmazione europea Pac 2027-2035».
In agenda, dunque, al termine della riunione della Terza Commissione regionale restano nodi da sciogliere: come gestire le eccedenze del vino, quali, tra quelli ipotizzati, saranno i supporti da fornire alle aziende in crisi, dove reperire le risorse necessarie per attivarli e in che tempi.
Di positivo c’è che la Politica, chi governa e chi lo controlla politicamente, abbiano messo mano a una crisi che parte da lontano e che il periodo pandemico, 2020/2021 non una vita fa, con le forti impennate di consumo (e fatturato) del vino, aveva solo illuso fosse stata superata.
Intanto la vendemmia è alle porte e, come capita sempre più spesso, è sempre più anticipata (si parla addirittura di raccolta entro la prima quindicina di agosto) a causa di un clima cambiato con inverni miti e estati caldissime e a rischio siccità per le colture. Ed ecco un altro argomento di cui ci si dovrebbe far carico a tutti i livelli.
Filippo Larganà
(filippo.largana@libero.it)