
Siamo molto lontani dalle interminabili riunioni della Commissione paritetica del Moscato che finivano a notte fonda. Ieri, 22 giugno, dopo molti patemi d’animo e mal di pancia, la proposta di accordo sulle rese ad ettaro delle uve di moscato bianco destinate a diventare Asti Spumante e Moscato d’Asti docg, è stata definita poco dopo le 20, nella sede che il Consorzio dell’Asti – ente mediatore – conserva ancora ad Isola d’Asti, forse non a caso zona neutrale e fuori dall’area di produzione.
Dunque, non senza discussioni, a poche settimane dall’avvio di una vendemmia che fino ad oggi, data la calura e il clima torrido, si prefigura come ottima e abbondante, la proposta di intesa, fissa in 85 quintali per ettaro la resa delle uve docg e in 15 quintali il “supero” di uva aromatica destinata a prodotti non doc e non docg.
E oggi, nel primo pomeriggio, è arrivata anche la nota stampa del Consorzio che conferma la proposta di intesa tra parte industriale e parte agricola. Eccola in versione integrale.
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Rese a 85 quintali a ettaro, in linea con i quantitativi dello scorso anno, con ulteriori 15 quintali di supero e l’impegno a rivedere i parametri produttivi in funzione dell’andamento di mercato. È questa la proposta approvata ieri dal Consiglio di amministrazione del Consorzio Asti Docg per la prossima campagna vendemmiale, nell’ottica di garantire equilibro tra domanda e offerta e di tutelare il valore della denominazione. La proposta sarà poi discussa il 30 giugno nel corso dell’assemblea dei consorziati.
“La soluzione individuata dal Cda nasce da un confronto condiviso tra le diversi componenti della filiera e si inserisce in una strategia di gestione responsabile dell’offerta – commenta Stefano Ricagno, presidente del Consorzio Asti Docg -. L’obiettivo è garantire stabilità, programmazione e valore, mantenendo la capacità di adattare le scelte produttive sulla base dell’evoluzione dei mercati. In quest’ottica – conclude Ricagno – assume particolare rilievo l’impegno espresso dalle case spumantiere nel continuare a sostenere la denominazione a le remunerazione della materia prima, confermando una linea di responsabilità e attenzione verso l’intero comparto produttivo”.
Nel corso della riunione, il Consiglio di amministrazione dell’ente consortile si è inoltre impegnato per fornire già nei primi mesi del 2027 un’indicazione chiara all’intera filiera attraverso l’analisi dei dati di mercato al 31 dicembre 2026. Qualora le vendite si mantenessero in linea con gli attuali livelli (pari a circa 85 milioni di bottiglie annue), la resa potrà essere confermata a 85 quintali per ettaro. Un risultato che potrà ulteriormente migliorare se si dovesse registrare una ripresa dei mercati internazionali e un allentamento delle attuali tensioni geopolitiche. Nel caso in cui, invece, si rilevasse una diminuzione delle fascette consegnate rispetto agli attuali volumi di riferimento, il Consorzio orienterà la programmazione produttiva verso una resa non superiore a 80 quintali per ettaro, al fine di tutelare il valore della denominazione nel medio e lungo periodo.
Nei primi cinque mesi 2026 il saldo dei contrassegni di Stato per il prodotto imbottigliato si è attestato a 31,5 milioni di pezzi, il 4% in meno rispetto ai 32,8 milioni di pezzi del pari periodo dello scorso anno.
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Questi sarebbero i termini della proposta di accordo che dovrà essere ratificata nell’assemblea generale dei consorziato che è già stata convocata per le 19 del 30 giugno a Foto Boario di Nizza Monferrato.
Nella proposta di accordo non si parla di prezzi delle uve, un tema che, ad onor del vero, dalla scomparsa della commissione paritetica, il consesso che di fatto fissava il prezzo minimo dell’uva prima della vendemmia e che è stato cassato per via delle regole antitrust europee, da alcuni anni è stato lasciato alla libera contrattazione tra aziende e produttori di uva docg. Oggi la materia viene pagata attorno a 1,15-1,20 euro al chilo. Alcune recenti ricerche relative alla sostenibilità del vigneto la fisserebbero a 1,30/1,35. Tutto, però, è condizionato ovviamente dall’andamento dei mercati internazionali – che sono riferimento per la denominazione – e dalla compattezza che la filiera saprà costruire al di là di divisioni e ruoli diversi.
fi.l.