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Dalle associazioni (vino). Federvini plaude all’accordo USA-UE sui dazi. UIV commenta l’analisi di Mediobanca sul sistema vino-Italia

Abbiamo dato uno sguardo a come due delle più grandi associazioni del mondo del vino – Federvini, la federazione Italiana degli industriali produttori, esportatori e importatori di vini, acquaviti, liquori, sciroppi, aceti e affini, come si legge nella scheda di presentazione; e Federdoc, la confederazione nazionale dei Consorzi volontari per la Tutela delle Denominazioni dei vini italiani – hanno commentato temi di grande delicatezza per vino italiano: la questione dazi sul mercato statunitense e il momento complesso sui mercati globali.

TEMA DAZI

Sulle extratariffe volute da Trump e, in buona parte, cassate dalla Corte Suprama, Federvini parla di segnali incoraggianti che terrebbero aperto un dialogo tra USA e UE. Dice il presidente, il piemontese Giacomo Ponti: «L’accordo raggiunto – l’intesa provvisoria messa in atto tra Parlamento europeo e Consiglio UE sui regolamenti che daranno attuazione agli impegni previsti dall’asccorto tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, siglato a Turnberry, in Scozia, nel luglio scorso (ndr) – rappresenta un passo importante perché restituisce un orizzonte di maggiore chiarezza alle aziende attive sui mercati internazionali. Pur trattandosi di un quadro in via di definizione, che include opportuni meccanismi di salvaguardia a tutela del comparto agroalimentare europeo, l’intesa offre alle imprese la prevedibilità indispensabile per operare.

Fonte: Federvini/immagine creata IA

Per la filiera dei vini, degli spiriti e degli aceti, che sta attraversando una fase di complessità sul fronte delle esportazioni, la riduzione dell’incertezza commerciale costituisce un elemento essenziale per proseguire nel dialogo tra le due sponde dell’Atlantico». Bene l’ottimismo anche se di incertezze ancora ce ne sono molte e non solo riferite ai dazi USA, basti pensare a conflitti ancora in corso e, anzi, in via di escalation, a rotte petrolifere e per il gas (Hormuz è solo la più popolare ora) contese a suon di missili e a economie di prima grandezza che devono fare i conti con crisi economiche enormi.

L’ANALISI DI MEDIOBANCA

Poi c’è il rapporto suol vino italiano stilato dai ricercatori dell’Ufficio Studi di Mediobanca e presentato ieri (20 maggio). Lo si può trovare, a pagamento, qui, con questa tabella:

e questa presentazione: “L’indagine contiene un’analisi del mercato italiano del vino ed esamina le performance economico-finanziarie del periodo 2020-2025 di 255 società di capitali italiane con fatturato 2024 superiore a 20 milioni di euro e ricavi aggregati pari a 12 miliardi. Lo studio comprende un approfondimento sui canali distributivi, sui mercati di sbocco e sulle tipologie di prodotto, senza dimenticare le denominazioni regionali. Uno sguardo ulteriore è rivolto alle principali operazioni di M&A e alla governance. Il report contiene anche un contributo elaborato dalla Fondazione Qualivita sul comparto vinicolo DOP IGP”.

Diversi i commenti sulla ricerca Mediobanca. Noi abbiamo scelto quello di Unione Italiani Vini. Il suo presidente, Lamberto Frescobaldi, ha detto: «I dati emersi dalla presentazione del report Mediobanca sul comparto vinicolo confermano il quadro difficile di un settore storicamente virtuoso e in grado di creare valore, non solo per se stesso ma anche per il sistema Italia. Di fronte alla necessità di rispondere al calo strutturale dei consumi e a fattori geopolitici sempre più impattanti, lo scenario è cambiato rispetto a pochi anni fa. Siamo chiamati a reagire con un’impresa vino più manageriale e razionale».

Ma quali sono questi dati? Secondo alcuni media e agenzie che riportano l’analisi di Mediobanca il mercato del vino italiano nel 2025 ha segnato una flessione complessiva delle vendite del -2,8% e un export in contrazione del -3,4%. Inoltre, sempre secondo il report di Mediobanca, nonostante l’Italia si confermi leader mondiale per volumi produttivi con 44,4 milioni di ettolitri (+0,7% sul 2024) e mantenga il primato nell’esportazione a quantità, i consumi interni registrano una marcata contrazione, scendendo a 35,6 litri pro-capite annui rispetto ai 38 litri del 2022.

Nello specifico, come riporta Askanews: le aziende sotto i 30 milioni di ricavi hanno perso il 3,5%, mentre le imprese più capital intensive si sono attestate a -3,7%. La debolezza si legge anche nei canali di vendita: l’Horeca ha ceduto il 2% e rappresenta ora il 17,2% del mercato; enoteche e wine bar hanno perso il 5,1% e valgono il 5,5%; la vendita diretta è scesa dell’1% e si attesta al 7,8%. In calo anche l’online, con i siti aziendali a -2,4% e le piattaforme terze a -3,6%. Non tutti i segmenti, però, hanno accusato lo stesso colpo. Gli spumanti hanno limitato il calo all’1,5%, contro il -3,3% degli altri vini. I biologici hanno raggiunto il 6,2% del mercato e hanno perso lo 0,8%. I No-Low alcol restano sotto lo 0,5% (Asti, Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui sono naturalmente a basso contenuto alcolico. ndr). Sul fronte del prezzo, la fascia intermedia è quella che soffre di più con un -3,1%, davanti ai basic a -2,7% e ai premium a -2,2%. All’estero il ridimensionamento è più netto negli Stati Uniti, dove l’export italiano segna -6,3% e concentra il 70% del Nord America.
Nei Paesi dell’Ue il calo è del 2,8% e quell’area vale il 37,2% dell’export complessivo. Il Regno Unito, invece, resta quasi fermo, con un -0,7%. Per quanto riguarda il Piemonte, tra Barolo, Barbaresco, Asti Spumante, Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui e Gavi, i suoi produttori restano tra quelli più orientati all’estero realizzando oltreconfine il 62,4% dekl fatturato, anche se le vendite sono calate, mentre i toscani sono al 60% e gli abruzzesi al 57,8%.

Insomma il quadro non roseo. Che fare? Secondo Ferescobaldi: «Il calo del risultato netto registrato nell’ultimo anno (-7,5%), significativamente superiore alla contrazione del fatturato (-2,8%), evidenzia una forte compressione dei margini e una struttura dei costi poco flessibile. Oltre alla razionalizzazione dei processi aziendali, serve intervenire con un approccio sistemico, a partire da un contingentamento della produzione attraverso la riduzione delle rese. Perché con un eccesso di offerta e un livello alto di giacenze, il rischio grosso è il deprezzamento – già in atto – anche delle nostre produzioni di qualità».

Il deprezzamento: un termine che gli imprenditori non amano perché spesso significa meno risorse per lo sviluppo e il benessere aziendale. La riduzione delle rese: un tema che chi produce uva, comprensibilmente, non vuole nemmeno sentire nominare, perché meno resa significa un guadagno minore. A meno che l’uva ritirata dalle industrie venga pagata di più. Fantascienza (forse) in un momento di contrazione globale come questo.
Perciò non resta che trovare soluzioni che, possibilmente, accontentino, anche solo relativamente, tutti gli attori della filiera vino Italia: nuovi mercati, nuove strategie, sinergie in ambito eno-gastronomico-turistico e rilancio dei territori italiani che sono gli unici supporti valido all’appeal delle produzioni vinicole nazionali, sangue freddo nelle trattative e, se necessario, concessioni (prezzi delle uve ritoccate all’insù) ai vignaioli. Fantascienza? Realpolitik. Forse.

fi.l.

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