
C’è una festa che a Santo Stefano Belbo, centro nevralgico della produzione vitivinicola piemontese, si aspetta ogni anno con la stessa certezza con cui si attende la vendemmia.
Non è una festa per i mercati, non è una festa per i buyer internazionali, non una serata di gala per la stampa di settore. È una festa per le persone, per quelle centinaia di conferenti di uva che ogni anno portano al Gruppo Capetta il frutto del loro lavoro, dei loro vigneti, della loro fatica quotidiana tra i filari del Moscato Bianco, il vitigno coltivato sulle colline tra Asti, Cuneo e Alessandria che dal 2014 sono patrimonio dell’Umanità tutelato dall’Unesco.
La Festa del Moscato 2026 del Gruppo vitivinicolo Capetta, che comprende anche brand Duchessa Lia e Balbi Soprani, si è svolta anche quest’anno il primo giovedì di luglio – questa volta il 2 – con una grande cena nella Foresteria dell’azienda, confermando una tradizione che dura da più di trent’anni. Oltre tre decenni di appuntamenti che si sono susseguiti con una continuità che dice qualcosa di preciso sul carattere di questa azienda e sulla visione di chi l’ha fondata e di chi oggi la conduce.
UNA FAMIGLIA, UN’AZIENDA, UNA TRADIZIONE
Il Gruppo Capetta è una realtà familiare nel senso più pieno del termine, non nel senso retorico con cui la parola viene usata spesso nel marketing del vino italiano, ma nel senso concreto di un’impresa che porta il nome di una famiglia e che quella famiglia la esprime davvero, nelle persone e nelle scelte.
Riccardo Capetta, amministratore delegato, conduce il gruppo insieme alle sorelle Carla, Maria Teresa e Gabriella, quattro personalità diverse che trovano nella comune appartenenza a un progetto la loro coerenza più profonda.
E al centro di tutto, ancora presente come un riferimento morale e affettivo, c’è la figura del padre Francesco Capetta, il fondatore, l’uomo che, avviando la sua azienda nel 1953, aveva capito prima di tanti altri che il Moscato di queste colline era qualcosa di speciale, che valeva la pena costruirci attorno non solo un’azienda, ma un sistema di relazioni con il territorio, con i produttori, con le persone che quelle terre le abitano e le coltivano.
La Festa del Moscato è stata una delle sue idee. Uno di quei gesti semplici e profondi insieme che rivelano una filosofia, l’idea, profondamente sentita, che i conferenti di uva non siano semplici fornitori di materia prima, ma partner, custodi di un patrimonio, co-protagonisti di qualcosa che li riguarda quanto l’azienda stessa.

L’INTERVISTA
Riccardo Capetta, oltre trent’anni di Festa del Moscato. Come è nata?
«È nata da mio padre Francesco. Aveva una convinzione che ci ha trasmesso fin da piccoli: che il Moscato che imbottigliamo non è nostro, nel senso che non nasce qui da noi. Nasce nei vigneti di centinaia di famiglie che lavorano ogni giorno su queste colline. Noi trasformiamo, selezioniamo, imbottigliamo, vendiamo, ma la materia prima, il cuore di tutto, viene da loro. E mio padre pensava che questo meritasse un riconoscimento che non fosse solo il pagamento di una fattura. Meritava un momento di incontro, di condivisione, di ringraziamento vero».
Cosa rappresenta oggi questa festa per il Gruppo Capetta?
«Un’identità. Dopo trent’anni, la Festa del Moscato non è più solo un evento, è un segno di chi siamo. I nostri conferenti la aspettano, ci tengono, molti ci vengono da anni con le famiglie. È diventata un appuntamento del calendario, come la vendemmia, come la fioritura. Qualcosa che scandisce l’anno e che dice: noi ci siamo, ci ricordiamo di voi, quello che fate conta. L’ho detto anche quest’anno dando il via ai festeggiamenti: questo appuntamento vuole essere ed è un momento di pura festa, di serenità, a poche settimana dalla vendemmia che, con tutti gli intoppi e i problemi da risolvere, ma anche le soddisfazioni e le gratificazioni, è il coronamento del lavoro di tutti»
Quante persone partecipano ogni anno?
«Parliamo di centinaia di persone. Conferenti, familiari, collaboratori. Vengono dalle colline dell’Astigiano, del Cuneese, dell’Alessandrino, da tutto il territorio del Moscato. È una fotografia del sistema che produce il vino di queste terre: non solo Capetta, non solo i brand, ma tutte le persone che ci stanno dietro».
Suo padre Francesco come viveva questa festa?
«Con una gioia genuina. Ha sempre tenuto molto a questa festa. Era il momento dell’anno in cui si vedeva più felice, più a suo agio. Quella festa per lui era il momento in cui tutto quello che aveva costruito aveva un volto, una faccia, un saluto, una stretta di mano. In quel momento non era solo un imprenditore che incontrava i fornitori, era un uomo che incontrava uomini e donne che lavoravano con lui, condividevano valori e, in qualche modo, ideali e obiettivi. Noi, io e le mie sorelle, cerchiamo di restare fedeli a quella visione».
Come è cambiata nel tempo la festa?
«Sono cambiate le dimensioni, ovviamente. L’azienda è cresciuta, i mercati si sono allargati. Ma lo spirito è rimasto lo stesso. Anzi, più cresciamo e più sentiamo il bisogno di tenere vivo questo legame con le origini, con la terra, con le persone. D’altra parte uno dei nostri slogan più riusciti è quello di Duchessa Lia: “Nobili vini del Piemonte”. In quelle parole c’è tutta la nostra filosofia di impresa e di famiglia. È una strada non facile, ma è il nostro percorso, quello che abbiamo scelto. Se si vuole anche in controtendenza. Del resto il rischio delle grandi strutture è quello di perdere il contatto con chi sta a monte, con le risorse che ti hanno fatto crescere. Noi non vogliamo correre quel rischio».
Capetta, Duchessa Lia e Balbi Soprani sono brand con identità diverse. Come convivono in un evento comune come questo?
«Convivono bene perché hanno una radice comune: il Moscato, il territorio, la famiglia Capetta. Ogni brand ha la sua personalità, i suoi mercati, il suo stile di comunicazione. Ma quando ci troviamo tutti insieme, conferenti inclusi, quello che emerge è l’appartenenza a qualcosa di più grande dei singoli marchi. È l’appartenenza a un territorio e a una storia condivisa».

IL MOSCATO E LE SUE COLLINE
La Festa del Moscato del Gruppo Capetta non è, quindi, solo un momento aziendale è anche un modo di celebrare, ogni anno, un territorio e un vitigno che non hanno eguali. Il Moscato Bianco coltivato tra le province di Asti, Cuneo e Alessandria, è la materia prima di due denominazioni tra le più riconoscibili d’Italia e del mondo: il Moscato d’Asti DOCG e l’Asti Spumante DOCG. Un’area delimitata (51 Comuni), un vitigno generoso, una tradizione produttiva che si misura in secoli.
I conferenti che ogni anno partecipano alla Festa del Moscato Capetta sono i custodi di questo patrimonio. Sono le famiglie che hanno scelto di rimanere su queste colline, di investire nei loro vigneti, di portare avanti un lavoro difficile e bellissimo: difficile per le pendenze, per i costi, per la manodopera che il Moscato richiede; bellissimo per quello che restituisce in termini di paesaggio, di identità, di un vino che in tutto il mondo porta con sé il profumo inconfondibile di questi luoghi.
UNA TRADIZIONE CHE GUARDA AVANTI
Più di trent’anni di Festa del Moscato del Gruppo Capetta. Più di trent’anni di centinaia di persone che si ritrovano ogni anno intorno a un tavolo comune, a condividere il vino che insieme hanno contribuito a fare.
Francesco Capetta aveva capito che le filiere non sono catene di fornitura, ma reti di persone e che queste reti umane si tengono insieme non solo con i contratti, ma anche anche con il rispetto, la riconoscenza, con quei gesti semplici e periodici che dicono ci siamo, vi vediamo, quello che fate conta.
I suoi figli quella lezione l’hanno ricevuta e la portano avanti, con la consapevolezza di perpetuare qualcosa che vale la pena tenere in vita.
La vendemmia è vicina e l’anno prossimo, come sempre, ci sarà un’altra Festa del Moscato firmata Capetta.
fi.l.