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Dazi boomerang? Il 15% di extra tasse USA sui vini europei, se confermato, danneggerà la UE. Ma anche l’economia statunitense. Lo dicono i media… americani

Se Atene piange Sparta non ride. L’antico detto, che si rifà alle guerre del Peloponneso, ben si confà alla situazione che si sta delineando dopo l’accordo, sembra definitivo, tra UE e USA in merito ai dazi del 15% che Trump ha imposto (ma che sembra debbano ancora essere confermati) alle merci europee importate sul mercato statunitense, vino compreso.

Una batosta che, secondo alcuni osservatori di filiera, potrebbe portare a un danno di oltre 300 milioni di euro per le aziende vinicole italiane a cui, però, va aggiunta una serie di ripercussioni che, allo stato, è ancora impossibile prevedere e quantificare.

Per esempio: quanti saranno i cittadini USA che acquisteranno una bottiglia o un calice di vino italiano rincarato, si dice, molto di più rispetto al 15%, per via dei ricarichi che saranno applicati dalla catena di distribuzione negli Stati Uniti d’America? Su questo tema in Italia, ovviamente, ci si divide. Da una parte si sostiene che nulla cambierà. Che dopo un periodo di assestamento il cliente USA che era solito comprare e consumare vino italiano tornerà a farlo anche con prezzi superiori al passato. Dall’altra parte c’è chi prevede disastri. Con vendite ridotte a favore di competitor provenienti da altre aree vinicole mondiali (Sud America, Australia su tutte) che stanno già aggredendo il mercato statunitense in vista di un probabile regresso importante da parte dei vini europei.

I DAZI FANNO CASSA?

In Europa alcuni media hanno riportato la notizia secondo cui nel primo mese di dazi gli USA avrebbero incassato oltre 150 miliardi di dollari. Cifre enormi. Ma è davvero tutto oro quello che sta entrando nelle casse dell’amministrazione Trump? Basteranno quei miliardi a compensare i contraccolpi che le stesse extra tasse potrebbero causare, secondo alcuni esperti, al mercato statunitense? Perché se, come sembra, ci saranno danni saranno su entrambe le sponde dell’Atlantico. Come sostengono alcuni media USA.

LA CBS

Il 31 luglio scorso, la giornalista Megan Cerullo, nel sui servizio su CBS News, intitolato “Come i nuovi dazi statunitensi sull’UE e sul Regno Unito potrebbero influire sul costo degli alcolici” (link all’originale qui), sosteneva: “Il vostro bicchiere di vino francese o italiano potrebbe diventare più caro già dalla prossima settimana, con un nuovo dazio statunitense del 15% sulle importazioni dall’Unione Europea che entrerà in vigore il 1° agosto (poi spostato al 7 agosto ndr). Lo stesso vale per le marche più note di whisky, cognac e altri liquori, molti dei quali sono prodotti in Europa”. La Cerullo chiude il suo pezzo con un paragrafo dal titolo “Pericolo per i ristoranti” dove sostiene come: L’inasprimento dei dazi statunitensi sull’UE non danneggerebbe solo i consumatori (statunitensi), ma potrebbe anche portare alla perdita di migliaia di posti di lavoro (negli USA) presso produttori e distributori, secondo gli esperti del settore. Anche i ristoranti, che dipendono dalle vendite di vini europei per la loro sopravvivenza finanziaria, potrebbero risentirne sotto forma di minori profitti”.

Insomma se Atene piange Sparta non ride, anzi potrebbe disperarsi non poco.

WINE SPECTATOR, LE SPERANZE

Qualche giorno fa anche Daniel Marsteller di Wine Spectator, una delle più importanti e autorevoli riviste USA di vino, aveva riportato le speranze anti-dazi degli operatori americani riferendo parole attribuite a Chris Swonger, presidente del Distilled Spirits Council of the U.S. (DISCUS), un’associazione di categoria che riunisce produttori e commercianti di alcolici: “Siamo ottimisti sul fatto che, nei prossimi giorni ci saranno accordi per un ritorno ai dazi zero-per-zero per i prodotti alcolici statunitensi e dell’Unione Europea, il che andrà a beneficio non solo dei distillatori del nostro Paese, ma anche dei lavoratori e degli agricoltori americani che li sostengono dal grano al bicchiere”. La versione integrale e originale del pezzo qui.

Ora una domanda sorge spontanea. Se i dazi danneggeranno, come previsto da alcuni mezzi di informazione statunitensi, non poco anche le aziende americane della filiera del vino, tutti i miliardi che gli USA stanno incassando saranno sufficienti ad arginare i costi sociali che le mancate vendite del vino italiano ed europeo causeranno sul mercato a stelle e strisce? E inoltre, quale sarà la reazione a questa eventuale crisi occupazionale e d’impresa per un Paese come gli Stati Uniti d’America meno avvezzo al Welfare e all’assistenza di larghe fasce di cittadini in difficoltà rispetto all’Unione Europea?

La speranza, ultima a morire, resta quella che, in un’ultimissima ratio, vino e distillati siano esentati dai dazi sia da parte degli USA sia da parte della UE.

fi.l.

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