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Eno-convegno. A Canelli riunite (quasi) tutte le bollicine Metodo Classico d’Italia. Forte l’esigenza di crescere. Come? Ancora non si sa

L’80/90% delle vendite attestate sul mercato italiano e un export che, quando va bene, non supera il 20%. È una visione che non soddisfa i produttori di Metodo Classico quella emersa dal forum “Questione di Metodo” che si è svolto sabato 24 settembre a Canelli nell’Astigiano.
Location la Sala dei Sacchi di Casa Contratto, sul palco, dopo i saluti del sindaco canellese, Marco Gabusi, un tris di relatori: Paolo Cugudda, uomo di marketing e vino della Martini & Rossi (Bacardi), Carlo Alberto Delaini, (Verona Fiere/Vinitaly) e Giuseppe Martelli, già direttore di Assoenologi e oggi presidente del Comittao Nazionale Vini.
Tra il pubblico molti produttori e quasi tutti i consorzi del MC, “quasi” perché sembra qualcuno abbia notato forfait all’ultimo minuto. C’è chi dice per disguidi, c’è chi parla di disappunto per il fatto che Canelli si sia candidata a culla e patria del Metodo Classico d’Italia che di fatti è nato qui nel 1865. Se questa mnotivazione fosse vera sarebbe l’ennesima riedizione dell’Italia dei Comuni e dei Campanili. Una iattura.
Ma veniamo al forum che, più che un forum è stato un convegno con un moderatore, il giornalista Vanni Cornero, a “dirigere il traffico” e gli oratori a dire la loro.
Pochi gli interventi. Il tema è stato analizzato in modo analitico e sufficiente a dare la fotografia di un comparto che non poatisce crisi gravi, ma vuole crescere e non sa come. I numeri: a fronte di 700 milioni di bottiglie di spumanti italiani, di MC se ne fanno appena 40 milioni.
Spiegazione necessaria: un vino spumante può essere prodotto in due metodi: il Metodo Classico, appunto, con presa di spuma in bottiglia per un tempo tra i 18 e i 30 mesi; e il metodo Martinotti o Charmat con cui la presa di spuma avviene in autoclavi in un tempo compreso tra i 30 giorni e i 6 mesi. Chiaro che nel secondo caso i costi di produzione sono ridotti drasticamente rispetto al primo. Dei 40 milioni di MC italiano la quota maggiore è di Trento Doc seguito da Franciacorta e, ma molto più staccati, da Oltrepo e Alta Langa. Alta Langa che vende circa 600 mila bottiglie, quasi esclusivamente in Italia, e sui cui un prudentissimo Martelli ha dichiarato: «Ci sono presupposti eccezionali, ma bsiogna asttendere almeno altri 5 anni per capire se ci sarà uno sviluppo imporante». Attenderemo.
Altri produttori di MC nel mondo, essenzialmente francesi e spagnoli, fanno di più: 300 lo Champagne, 200 il Cava spagnolo. In questo senso gli italiani, che per produzione di bollicine in generale sono al secondo posto nel mondo dopo la solita Francia e prima della Germania, hanno ancora molto da fare. Ovvio che da parte dei produttori di MC ci sia la voglia di aumentare numeri e volumi.
Dalle relazioni è emerso che gli scogli sono da una parte la trasformazione del mercato italiano che si sta sempre più concentrando su reti di vendita, dall’altra la scarsa competitività dei prodotti italiani sui mercati esteri. Perché? Per alcuni si tratta di eccessiva frammentazione dei protagonisti che non approcciano i mercati con un unico atteggiamento ma spesso vanno in ordine sparso. Altri parlano della necessità di dare più identità alle bollicine MC italiane valorizzando i vitigni autoctoni.
Al di là degli aspetti tecnici un dato emerge fortissimo: l’Italia delle bollicine Metodo Classico, come quella del vino, non parla con una voce sola ed è ancora ostaggio di forze che dividono invece di unire.
È andato in questo senso l’intervento di Marcello Lunelli della Ferrari F.lli Lunelli (Trento doc) che ha detto: «Sul mercato nazionale ognuno deve giorcarsela come vuole sfrittando la marca, il lavoro dei Consorzi o una data varietà di uva. Per l’estero serve una strategia ancora tutta da inventare, magari attraverso una strategia unica che permetta di inserire il Metodo Classico nella lista dei vini dei ristoranti internazionali con omogeneità di qualità e prezzo».
Insomma mutuare il sistema Champagne che all’estero è vincente. «Insieme si ha meno paura» ha concluso Lunelli.
Appello raccolto e sviluppato anche da Filippo Mobrici, presidente del Consorzio della Barbera d’Asti e Vini del Monferrato che ha ricordato, in ambito regionale, come il Piemonte sia il nome da spendere all’estero come sinonino di qualità e che non debba esistere divisioni tra le varie aree vitivinicole.
Sulla stessa lunghezza d’onda anche Massimo Fiorio, parlamentare astigiano e vicepresidente della Commissione Agricoltura della Camera il quale dopo avere esortato all’unità il mondo del vino ha pure ricordano il testo unico sul vino: «Una legge unica in Europa che ha tutti gli strumenti per far crescere e sviluppare il comparto» ha detto.
Alla fine che cosa resterà di questo convegno? Difficile dirlo ora. Ma il seme è stato gettato. Non si sono date ricette e non era nemmeno lo scopo dichiarato dall’appuntamento canellese, ma di sicuro si è data la possibilità a un settore che va bene e che potrebbe andare molto, ma molto meglio, di attrezzarsi per evolversi pensando anche alle generazioni future.
Resta da capire se e quando produttori, Consorzi, maison spumantistiche sceglieranno di cogliere l’attimo o resteranno a coltivare il proprio orto, più o meno grande che sia.
(immagine di copertina da doujador.it)

Filippo Larganà (filippo.largana@libero.it)

 

 

 

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