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Intervento. Dino Scanavino (ex presidente nazionale Cia): «Crisi del vino? Gaja pensiero rispettabile, ma va bene per lui. Per salvare le vigne dobbiamo emulare Michele Ferrero e la sua visione»

Ricorrendo a una delle poche deroghe di questo blog riguardo la citazione di temi trattati da altri media, ospitiamo l’intervento sulla crisi de vino italiano e piemontese di Dino Scanavino, già sindaco di Calamandrana (Asti) ed ex presidente nazionale della Cia (agricoltori) che commenta un articolo uscito sul Corriere della Sera l’altro giorno.

I fatti

Scanavino ha commentato, sui social, un nostro post (con un breve screenshot) relativo l’intervista ad Angelo Gaja sul Corriere realizzata dal collega Luciano Ferraro.

In estrema sintesi: sulle pagine del quotidiano milanese, interrogato sulla crisi del vino italiano, Gaja dava la sua personale ricetta sulla crisi del vino e, continuando a proclamarsi ottimista, invitava il Paese a produrre meno vino e di migliore qualità. Qui sotto mettiamo la pagina del Corriere con l’intervista a Gaja postata dallo stesso Ferraro.

Ora, come spesso accade sui social, e non solo, il “Gaja pensiero” ha suscitato molti commenti, alcuni di condivisione, altri di dissenso. Tra questi ultimi, postato direttamente su un nostro profilo, è comparso anche quello di Dino Scanavino. Con il suo consenso lo pubblichiamo su questo blog in forma di intervento. Ha scritto l’ex presidente nazionale Cia commentando le parole di Angelo Gaja:

§§§

“Se non smettiamo di vedere il mondo del vino come un museo e non investiamo sulla innovazione di prodotto e di processo, il futuro sarà difficile. Quello che dice Gaja va bene per lui ed è rispettabile, ma noi dobbiamo salvare i vigneti che sono il nostro patrimonio.

Servono imprenditori che abbiano una visione industriale. Il tanto celebrato Michele Ferrero (albese e conterraneo di Gaja che è di Barbaresco ndr) ci ha insegnato che la tradizione è un retaggio del passato remoto. È riuscito a vendere uova di Pasqua anche a Natale, non ha mai acquistato nocciole igp eppure ha prodotto la crema spalmabile alla nocciola più famosa del mondo. Con quel prodotto senza anima ne tradizione ha sostenuto il comparto coricolo che non riesce a produrre nocciole a sufficienza per soddisfare la richiesta.

Oggi, con qualche difficoltà, ma nulla di drammatico, quelli che producono 300 quintli di uva a ettaro per il Tavernello, San Crispino, ecc, hanno reddito ad ettaro superiore a noi del Moscato, ma noi li indichiamo come un problema.

C’è poi il vino che va considerato il più buono d’Italia (il Prosecco ndr) dato che vende 700 milioni di bottiglie in tutto il mondo, dà ai viticoltori oltre 20.000 euro a ettaro e tiene in equilibrio il sistema dell’export nazionale.

Lì hanno saputo innovare profondamente la tradizione tutelando i vigneti di collina e, al contempo, lasciando espandere la viticoltura di pianura senza che nessuno facesse tanto baccano.

Chiusi nel nostro piccolo mondo antico, senza visione prospettica, vedremo i viticoltori in difficoltà crescente e le colline con vigneti trascurati e forse estirpati prima che si decida l’estirpazione come toccasana per risolvere la crisi del vino.

Sbaglio quasi sempre le analisi e le previsioni, spero di sbagliare anche questa volta”.

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