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L’analisi. A Davos è andato in scena il bullismo trumpiano. Le Borse USA ringraziano. Quelle europee balbettano insieme alla UE. Intanto la Lagarde (BCE) non ci sta e dice che…

Davos, Svizzera. Va in scena l’annuale incontro organizzato dal World Economic Forum, che si tiene nella cittadina sciistica alpina e riunisce leader politici ed economici di tutto il mondo per affrontare i temi più urgenti dell’agenda globale.

A margine degli eventi istituzionali, ovviamente, non mancano cene, light lunch e momenti conviviali che, anche in un clima internazionale tutt’altro che disteso, possono rappresentare una valida occasione per smorzare la tensione.

Howard Lutnick (fonte Msn)

Sarebbe dovuto succedere anche e soprattutto questo, martedì sera, al gala dinner ospitato dal CEO di BlackRock, Larry Fink. Ed è stato più o meno così. Fino a quando il Segretario al Commercio americano, Howard Lutnick, prendendo la parola, ha usato toni ben più accesi, non mancando l’occasione per criticare l’Europa e le sue strategie in campo energetico, definendola “sempre meno competitiva”.

A Lutnick sono bastati appena tre minuti per rimarcare quella che ha definito “la subalternità europea”, guadagnandosi i fischi della platea e provocando l’uscita anticipata della presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde. Un atteggiamento, quello di Lutnick, perfettamente in linea con lo stile dell’amministrazione Trump — e ancora più tipico della Trump II — abituata a trattare quelli che ritiene “pesci più piccoli” in modo apertamente aggressivo e predatorio.

Christine Lagarde (fonte WEF)

D’altronde, le parole del Segretario al Commercio USA non dovrebbero sorprendere. Lutnick è considerato uno dei falchi della politica dei dazi trumpiani e solo poche ore prima aveva confidato al Financial Times: «Non siamo qui per difendere lo status quo, ma per cambiarlo».

Più che una minaccia revisionista, questo messaggio dovrebbe suonare come un suggerimento, se non un avvertimento, diretto a Bruxelles, da tempo criticata per una strenua alleanza atlantica che negli ultimi anni è apparsa sempre più come un matrimonio di convenienza, piuttosto che come una reale comunanza di valori e interessi strategici.

In questo contesto si inserisce anche il monito della Presidente Lagarde, che ha riconosciuto la necessità di una svolta: «L’economia europea ha bisogno di una profonda revisione per affrontare il tramonto dell’ordine internazionale, comprendere i propri punti di forza e di debolezza e rendersi più autonoma».

Donald Trump (fonte WEF)

Dunque, mentre l’Unione Europea cerca ancora di capire chi è o, forse, chi vorrebbe diventare, dall’altra sponda dell’Atlantico c’è chi non rallenta. «Con il Presidente Trump, il capitalismo ha un nuovo sceriffo in città», ha ribadito Lutnick, rivendicando un’assertività politica ed economica che sembra non conoscere freni, come dimostrano le recenti pressioni esercitate anche su alleati storici (basti pensare al caso della Groenlandia).

A completare il quadro, la mossa finale arriva direttamente dalla Casa Bianca. L’annuncio di Donald Trump di ritirare, a partire dal 1° febbraio, parte dei dazi ha avuto un effetto immediato sui mercati: Wall Street ha chiuso in positivo, mentre le principali Borse europee hanno registrato segni negativi. Un segnale evidente di come lo strumento dei dazi, usato e ritirato con tempismo chirurgico, resti per Washington una leva strategica per rilanciare l’economia americana e, al contempo, colpire aziende e sistemi produttivi europei. In questo gioco perverso, fatto di annunci, minacce e ripensamenti, a pagare il prezzo più alto sarebbero, tuttavia, lavoratori e imprese italiane ed europee, strette tra l’aggressività statunitense e l’assenza di una reale risposta politica comune dell’Unione, che stavolta non può tardare ad arrivare.

Enrico Tommaso Larganà

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