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Lettera. UE e PAC. Per l’ex presidente nazionale CIA, Dino Scanavino: «Oltre ai sussidi serve un nuovo progetto di politica agricola. Il futuro dell’agricoltura si gioca sul territorio»

Sulla PAC (è la Politica Agricola Comune, disposizione UE a favore degli agricoltori finanziata da fondi europei. Maggiori info qui) e sul futuro dell’agricoltura europea ci scrive Dino Scanavino, piemontese, già presidente della Cia, la Confederazione Italiana degli Agricoltori. Ecco il suo intervento.

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Che la PAC post-2027 dovesse essere profondamente riformata e il suo peso significativamente ridotto lo si sapeva da tempo, così come è sempre stato chiaro che gli obiettivi del Green Deal rappresentino la condizione per mantenere uno stanziamento, seppur ridotto, di aiuti all’agricoltura.

Il cambiamento climatico, la tutela dell’ambiente, la manutenzione del territorio, la conservazione della biodiversità, la produzione di energia verde, l’assorbimento di anidride carbonica attraverso la corretta gestione del patrimonio boschivo, le pratiche agricole poco invasive, la copertura del suolo per lunghi periodi dell’anno: questi sono i veri elementi che giustificano il contributo dei cittadini europei a chi vive nelle aree rurali ed è, a vario titolo (non solo gli agricoltori professionali), impegnato nel raggiungimento di tali obiettivi.

Credo che l’eliminazione del fondo dedicato all’agricoltura e la conseguente confluenza in un fondo unico facesse parte degli accordi presi per garantire la maggioranza alla presidente Von der Leyen, quindi ben noti alla presidente Meloni e, forse, anche al ministro Lollobrigida.

La sovranità alimentare in Europa non può essere un obiettivo, essendo noi europei i maggiori esportatori di prodotti agroalimentari al mondo. L’Italia, che primeggia con oltre 60 miliardi di euro di valore dell’export agroalimentare, non può chiedere denaro per aumentare la produzione riducendo al contempo gli impegni agroambientali: sarebbe una follia.

Alla luce di tutto ciò, resta da capire quali possano essere i veri driver per dare forza al sistema agricolo italiano ed europeo.

Le analisi di impatto della PAC sugli obiettivi economici, produttivi, ambientali e sociali non offrono un quadro entusiasmante. I giovani in agricoltura – e, più in generale, nelle aree rurali – diminuiscono, nonostante i sostegni all’insediamento, al ricambio generazionale e ai miglioramenti aziendali. Le facoltà di Agraria e Veterinaria, così come gli istituti tecnici agrari, non attraggono studenti e mostrano numeri in lenta, ma costante regressione.

Le politiche per lo sviluppo rurale non hanno saputo dare un vero impulso all’economia dei territori, e l’esodo dalle aree extraurbane verso le città continua inarrestabile. 

L’approccio Leader, che attraverso i GAL dovrebbe favorire lo sviluppo locale partecipativo tramite partenariati pubblico-privati, è stato così valutato dalla Corte europea: “i costi e i rischi aggiuntivi di questo approccio sopravanzano i vantaggi”. In pratica, le risorse messe a disposizione si sono disperse in mille rivoli non funzionali allo sviluppo, diventando spesso strumenti di spartizione di poltrone e potere locale.

Ritengo pertanto opportuna una profonda revisione dell’approccio Leader e l’abolizione dei GAL. La programmazione territoriale è fondamentale, ma non può ridursi a sporadici interventi su singole aziende agricole o a iniziative promozionali di dubbia utilità, né a progetti affrettati per “spendere i fondi”.

Anche il sistema di sostegno agli agricoltori, basato su quote calcolate in modo cervellotico e iniquo, non può certo essere riproposto per il futuro. Le misure di sostegno al mercato basate sui piani OCM hanno prodotto risultati apprezzabili solo laddove sono state governate direttamente dagli agricoltori, tramite cooperative e organizzazioni di prodotto. In altri casi, hanno finanziato industriali, commercianti, viaggi promozionali di dubbio successo e campagne di marketing improvvisate con esiti poco soddisfacenti.

Difendere un impianto di questo tipo – che ha drenato risorse teoricamente destinate agli agricoltori per finire nelle casse di molitori, macellatori, commercianti e industriali, lasciando le imprese agricole indebitate e con prospettive incerte – è un esercizio di autolesionismo da parte del mondo agricolo, che dovrebbe invece guardare ad altre prospettive.

Il budget della futura PAC è un dato certamente importante, ma il vero nodo sta nella capacità di fare economie, ridurre l’impatto burocratico e accorciare drasticamente i tempi che intercorrono tra programmazione generale, bandi ed erogazione dei contributi.

È fondamentale semplificare e rendere trasparente il sistema aggregativo, finanziare e sostenere le cooperative, le OP e le AOP vere e virtuose, e chiudere i flussi finanziari a tutto ciò che grava sul bilancio agricolo senza restituire nulla all’agricoltura.

Occorre investire in strutture e infrastrutture che offrano vantaggi concreti agli agricoltori, attraverso un sistema negoziale tra agricoltori organizzati, industria di trasformazione e distribuzione. Vanno ripristinati accordi di filiera vincolanti per tutte le parti. 

La politica agricola comunitaria non deve sostenere il reddito, ma deve creare le condizioni affinché il reddito si generi. In parallelo deve sostenere la ruralità, assegnando alle aziende agricole compiti di manutenzione ordinaria e straordinaria del territorio, basati su studi idrogeologici, ingegneristici e agroforestali.

Destinare risorse comunitarie per compensare imprese agricole impegnate nella gestione idrica, idrogeologica e forestale –utilizzando mezzi aziendali di cui dispongono o attrezzature specifiche – significa prevenire e mitigare i disastri naturali. Governare la montagna e la collina è presidio fondamentale per salvaguardare le città e garantire flussi idrici ordinati e utili al sistema irriguo delle pianure produttive.

Se i protagonisti delle aree rurali ed extraurbane sono gli abitanti di quei territori, a loro va assegnato un ruolo concreto nella programmazione delle infrastrutture e dei trasporti pubblici e nella pianificazione sociosanitaria. Il protagonismo sociale e produttivo di comunità non è un problema, ma una risorsa: bisogna trovare le modalità perché possa esprimersi pienamente.

Ma la prima sfida è rinnovare la percezione del mondo agricolo, superando stereotipi e semplificazioni, oscillanti tra l’immagine del contadino che vive isolato, in simbiosi con la natura, e quella dell’imprenditore cinico che inquina e sfrutta gli animali. 

L’agricoltura e il sistema rurale sono una realtà complessa, che va studiata con competenza.

Abbiamo a disposizione Università, Centri di ricerca e Accademie multidisciplinari in grado di collaborare con il mondo rurale per costruire un vero grande progetto di politica agricola. Forse con meno risorse finanziarie rispetto al passato, ma con più visione strategica, competenza e semplificazione.

Dino Scanavino

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