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Mentre in Piemonte si discute su rese e prezzi delle uve arriva l’analisi dell’Osservatorio UIV sull’export extra-UE. In aprile rallenta il calo delle esportazioni, grazie agli USA dove, però, i consumi stagnano

Meno peggio è meglio che peggiorare di più. È un po’ questo il messaggio che viene fuori dalla comunicazione che, in questi giorni, ha fatto la UIV, l’Unione Italiana Vini, pubblicando gli ultimi dati dell’export vinicolo italiano, proprio nel momento in cui in Piemonte, regione tra le più vinicole d’Italia, si discute su prezzi e rese dei vini con il moscato che sembra aver trovato una “quadra” momentanea nella definizione, attraverso un’intesa industria-parte agricola, delle rese (85 quintali/ettaro), ma senza quantificare i prezzi, e la barbera che comincia a mostrare sofferenze con i primi allarmi lanciati dai produttori di uva.

Tornando all’analisi dell’Osservatorio UIV il trend delle esportazioni di vino italiano verso i Paesi extra-Ue nel primo quadrimestre di quest’anno, è migliorato, ma mantenendo una tendenza negativa «con una performance a valore – si legge nel report UIV – a -8,5% (il trimestre aveva chiuso a -11%) sul pari periodo 2025, a oltre 1,36 miliardi di euro».

Per Unione Italiana Vini a frenare la discesa avrebbe contribuito soprattutto la domanda statunitense. Secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv su dati ufficiali, ad aprile i valori commercializzati verso gli USA hanno segnato una lieve inversione di rotta (+1,6%), dopo 10 mesi consecutivi di pesanti perdite. «Il risultato – osserva ancora il rapporto dell’associazione guidata da Lamberto Frescobaldi – porta il saldo del quadrimestre sul mercato americano a -15,4%, alleggerendo di cinque punti il passivo del solo primo trimestre (-20,5%)».

Una boccata d’ossigeno – come rileva l’Osservatorio – che incide poco su un mercato considerato ancora compresso, «ma che può rappresentare un primo timido segnale di riequilibrio, a patto che si riattivino adeguatamente i consumi. Da luglio 2025 allo scorso aprile la contrazione per il vino italiano oltreoceano è stata del 20% e del 29% per quelli francesi». 

Frescobaldi commenta così i dati dell’Osservatorio: «Negli Stati Uniti paghiamo le difficoltà congiunturali di dazi e debolezza del dollaro, ma anche il cambiamento ormai strutturale delle modalità di consumo. Quello americano rimane però di gran lunga il nostro primo mercato, sia allo stato attuale che in chiave prospettica: per questo è importante mantenere e preservare la decennale alleanza commerciale anche in vista del prossimo 24 luglio, quando l’amministrazione Usa definirà il nuovo quadro normativo delle tariffe. La politica e il commercio – ha concluso il presidente UIV – spesso parlano due lingue diverse ma sarà importante lavorare congiuntamente abbassando i toni e armonizzando una partnership fondamentale per noi e per loro».

Il dossier dell’Osservatorio UIV, però, segnala anche se l’export registra lievi segnali di recupero, rallentando il segno meno, lo stesso non si può dire per i consumi americani di vino. Su base SipSource (piattaforma che misura i flussi della distribuzione verso i punti vendita americani), i primi 5 mesi di consumo di vino in USA si sono chiusi con un ulteriore gap generale dei volumi consumati dagli statunitensi, a -10,1%. L’Italia perde meno tra i Paesi produttori di vino (- 7,3%), «ma solo grazie agli spumanti (-2%) e segnatamente al Prosecco (+1,8%), mentre sfiora la doppia cifra la contrazione di bianchi e rossi».

Tra i vini rossi, secondo quanto riportato dall’Osservatorio, le eccezioni positive riguardano i segmenti tra i 20 e 30 dollari (prezzo alla distribuzione) e ancora di più in quelli compresi tra 30 e 50 dollari. Due fasce che complessivamente rappresentano il 13% delle vendite a volume di rossi italiani. In forte incremento (+20%) anche i bianchi in fascia premium tra il 16 e i 20 dollari, ma quantitativamente rappresentano solo il 5% della tipologia.

(fonte: UIV qui)

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