
Nella sua newletter mensile Angelo Gaja da Barbaresco, il vignaiolo che ha fatto grande sé stesso e il Piemonte del vino, declinando l’essenzialità sabauda in vini che sono diventati testimonial di un’innovazione indiscutibile, racconta il “Caso Darmagi”. Il taglio è quello di una narrazione quasi “crime” che, però, tratta di una nascita, quella di un vino ritenuto “straniero” che, contro ogni perplessità e supportato dalla determinazione, diventa il simbolo di quel Piemonte del vino che sa osare e lo fa nel migliore dei modi: con il cuore, con la mente e con un coraggio che anche oggi è ingrediente quotidiano. Per tutti. Ecco il Gaja racconto su Darmagi.
§§§
«Quando tornavo da un viaggio in Inghilterra o negli Stati Uniti, mi prendeva sempre una leggera malinconia. Era come riportare a casa una valigia piena di entusiasmo… che, una volta aperta, si sgonfiava da sola. Il mercato non era pronto per i nostri vini, e io lo capivo alla prima degustazione. Con il mio Barbaresco raccontavo la sua anima più elegante rispetto al Barolo: una missione già di per sé abbastanza audace. Volevo andare oltre. Gli appassionati di Nebbiolo si contavano
sulle dita di una mano e io volevo conquistare anche chi non ne aveva mai sentito parlare. Volevo che percepissero la nostra terra, la nostra ambizione, il nostro impegno. E che lo percepissero in una lingua che conoscessero».

Angelo ricorda come negli anni ’70 i ristoranti italiani all’estero fossero i nostri fedelissimi ambasciatori, quelli che introducevano i clienti al nostro Barbaresco ma al di fuori di quelle isole felici, non c’era molto margine: era come parlare una lingua sconosciuta in
una stanza piena di gente.
«Il Nebbiolo era, per i più, un vero marziano. Appena lo versavi nel bicchiere, partiva subito il paragone col Bordeaux, e ne usciva sempre troppo chiaro, troppo tannico, troppo poco “pieno”. Come far ascoltare un brano jazz a qualcuno che ha sempre ascoltato solo musica classica».
Così, spinto da una miscela di esasperazione, curiosità e un pizzico di
innamoramento per il Cabernet, gli venne l’idea: produrre un Cabernet… a Barbaresco. Una idea più bizzarra non poteva esistere.

Suo padre, Giovanni era il sindaco del paese, uomo di principi solidi e ancor più solidi gusti enologici, nella sua vita non aveva mai bevuto altro che Barbaresco; Barolo di rado, e Bordeaux o Borgogna neppure per sbaglio. Per lui il Barbaresco era il miglior vino del mondo e tutto il resto non interessava.
«E perché mai dovresti piantare qui una varietà diversa dal Nebbiolo, quando abbiamo già il meglio del meglio?» gli chiese Giovanni. L’idea gli sembrava talmente assurda da non meritare considerazione. Ma, conoscendo suo figlio, capì che la sua ostinazione non sarebbe svanita. Capì anche che, pur non assomigliandosi sempre nei percorsi mentali e
nelle metodologie, avevano un obiettivo comune: far brillare Barbaresco.
Alla fine, cedette. Un po’ controvoglia, un po’ rassegnato, gli concesse di piantare quella “varietà estranea”, ma con un’unica condizione: farlo lontano dai suoi occhi, nell’angolo più remoto dei nostri terreni. “Giusto un esperimento…” disse. «Per me, era un miracolo: avevo il permesso di piantare Cabernet!» dice Angelo.
«Non avevo però ben chiaro dove. Così feci analizzare ogni appezzamento che possedevamo e spedii i risultati all’Università di Bordeaux, dove avevo qualche buon contatto. Conoscevo un professore e a lui chiesi quale dei nostri terreni, secondo il suo occhio esperto, fosse il più adatto al Cabernet Sauvignon». La risposta non tardò ad
arrivare. Secondo il professore, il campione di terra migliore per il Cabernet Sauvignon era quello proveniente da un vigneto proprio al centro del paese di Barbaresco, sulla collina chiamata Il Bricco. Dalle analisi, si tratta di un terreno di tipo franco-limoso, con una buona dotazione di sabbia (25.9%) e di limo (52.7%), un terreno moderatamente alcalino con una dotazione di calcare totale molto elevata (217 g/kg).«Il Bricco significa letteralmente la collina, non una qualunque: La collina. Quella su cui, in cima, sorgeva la casa di mio padre.» Riprende Angelo. «Una collina così importante che la strada che le gira attorno si è sempre chiamata Il giro del mondo, un nome che dice
già tutto sulla mentalità del posto e sul fatto che lì ci sia il mondo intero.»

Sul Bricco c’era un vecchio vigneto di Nebbiolo, meraviglioso ma ormai troppo anziano per continuare. Qualche anno prima era stato spiantato e la terra stava riposando, in attesa di essere reimpiantata a Nebbiolo, come la tradizione avrebbe imposto.
Fu lì invece che, approfittando del fatto che Giovanni trascorreva come ogni inverno un periodo a Sanremo, sulla Riviera, dove il clima era più mite, a febbraio del 1978 fu piantato il Cabernet Sauvignon. 1.98 ettari di vigneto, con esposizione a pieno Sud e una pendenza elevata, del 30%. Le barbatelle arrivarono da Bordeaux, innestate su un portainnesto pensato per adattarsi ai nostri terreni calcarei.
Angelo ricorda: «Nel febbraio del 1978 diedi l’incarico a Gino Cavallo, il nostro storico direttore dei vigneti, di partire con l’impianto. Gino mi guardò come guardava il temporale arrivare in vendemmia. Da quando avevo cominciato a lavorare in azienda, ci eravamo scontrati praticamente su tutto: dall’introduzione delle potature corte alla vendemmia verde, fino ad arrivare ora all’impianto di una varietà che lui non sapeva nemmeno pronunciare. Lui, uomo nato e cresciuto tra i filari del Nebbiolo, si ritrovava a piantare un Cabernet Sauvignon sul Bricco. Capivo bene che, dal suo punto di vista, doveva sembrare una solenne provocazione. Quando mio padre tornò da Sanremo e vide il vigneto reimpiantato, Gino – come sempre zelante – gli spiegò affannosamente che avevo dato ordine di piantare altro, qualcosa che non era Nebbiolo. Fu sufficiente: mio padre capì immediatamente di cosa si trattasse. L’esclamazione che uscì dalla sua bocca, insieme al rumore di un palmo che sbatte sulla fronte e gli occhi rivolti al cielo, fu: “Darmagi!”.
In piemontese significa che peccato!, e deriva dal francese dommage, un po’ simile alla parola inglese damage. Quella parola, e quel gesto, li sentii tante altre volte negli anni: ogni volta che apriva le persiane e guardava il vigneto, ogni volta che arrivava a casa e si fermava davanti al cancello a osservare le viti crescere. Mi abituai a quel nome e, per affetto — o forse per sfida — decisi di chiamare così il vino
nella sua prima annata: 1982 Darmagi Vino da Tavola. Fu il primo vino ad avere un nome dialettale in etichetta e, sotto molti aspetti, rappresentò un piccolo atto di audacia, ma anche un gesto giocoso e affettuoso verso la tradizione e verso chi l’aveva preservata».
Giovanni Gaja non volle mai berlo: preferiva i vini invecchiati, e Darmagi non era mai abbastanza vecchio per i suoi gusti. Tuttavia, non si oppose alla scelta di Angelo. Non ci fu alcun conflitto generazionale, ci fu disappunto da parte di Giovanni, ma l’humor sta proprio nel non aver avuto alcun timore di rivelarne la reazione, anche se tutto fu fatto con il pieno consenso. Fu una novità assoluta e ben presto si diffuse la voce di un piccolo vigneto di Cabernet Sauvignon nel comune di Barbaresco, dove non era mai stato coltivato prima.
È un vino infatti che porta con sé una forte piemontesità, non è un Cabernet classico da Bordeaux o Toscana, ma è un Cabernet che si esprime quasi come un Nebbiolo nei tannini tesi e freschi, con corpo snello e raramente ha note piraziniche. Al naso emergono spesso frutti rossi, la mora, la viola, la liquirizia e erbe aromatiche come menta e timo,
con un richiamo di radici e corteccia. Fin dall’inizio abbiamo dovuto lavorare su rese molto basse, solitamente tra i 30 e i 35 hl ad ettaro, per permettere alle uve di maturare pienamente.
Il Cabernet si è adattato sorprendentemente bene, forse anche grazie alla posizione che gli avevamo riservato: una collina maestosa, esposta a Sud, proprio sulla cima più alta del paese, dove il sole lo bacia generoso tutto il giorno.
Con il tempo abbiamo imparato a conoscere il Cabernet Sauvignon e a trattarlo come merita. Sul Nebbiolo bisogna essere molto delicati, e lo stesso vale per Darmagi. Una caratteristica del vigneto di cui tenere conto anche in cantina sono i grappoli piccoli e gli acini piccolissimi, con polpa ridotta e buccia spessa; grappoli spargoli che evitano problemi di sanità, conferiscono al vino la sua peculiarità, e che necessitano di una
giusta estrazione, diversa da quella del Nebbiolo, su cui si possono fare macerazioni più lunghe. Darmagi richiede un approccio moderato e specifico. Le annate con buona escursione termica, soprattutto negli ultimi dieci giorni di maturazione, sono quelle che valorizzano al meglio profumi e complessità.
Gaia, Rossana e Giovanni sono molto affezionati a Darmagi: «Questo vigneto è l’incarnazione concreta delle idee futuriste e dirompenti di nostro padre, la trasfigurazione del suo genio ribelle, lo stesso con cui nostro nonno dovette fare i conti 40 anni fa e che noi figli conosciamo bene. Un vigneto inaspettato e fuori dagli schemi, proprio come nostro padre, che rifugge le restrizioni e il pensiero comune, scomodo e fuoriclasse, anche in famiglia!»