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Sintesi. Crisi del vino in Piemonte. I Consorzi più grandi (Asti e Barbera) in allarme. La Regione (cdx) ridimensiona. L’opposizione (csx) attacca. Intanto i dazi…

Da alcune settimane è scoppiato il caso del surplus di vino invenduto in Piemonte e nel resto d’Italia.

Dopo anni a inseguire il primato del primo produttore di vino al mondo, facendo boccacce ai cugini francesi, è successo che forse ne abbiamo prodotto troppo rispetto ai consumi che si sono ridotti per molti motivi (crisi economiche, guerre armate e commerciali, campagne anti-alchol, concorrenza).

Ora bisogna correre ai ripari. Alcuni Consorzi vitivinicoli, specificatamente quelli legate alle denominazioni numericamente più grandi e diffuse in Italia e nel mondo, cioè Asti docg (presidente Stefano Ricagno) e Barbera d’Asti (guidato da Vitaliano Maccario), hanno interpellato le istituzioni regionali chiedendo interventi drastici.

S’è parlato apertamente, tra le altre cose, anche di distillazione delle scorte stoccate nelle Cantine (si parla di decine e decine di migliaia di ettolitri).

Ma non solo in Piemonte ci sono timori per il futuro del vino. Analoghi temi sulle eccedenze invendute sono dibattuti anche in regioni italiane che nelle produzioni vitivinicole hanno business importanti come quelli piemontesi, vedi la Toscana dove, come in Piemonte, si è aperto un dibattito (leggi qui e qui) sulle possibili soluzioni e oltre che di distillare il vino invenduto si parla, come è accaduto mesi fa in Francia che sta affrontando una gravissima crisi di surplus di produzione di vino, anche di estirpo volontario dei vigneti (leggi qui).

A questo proposito l’opposizione regionale di Centro Sinistra, con l’intervento del consigliere regionale Fabio Isnardi (PD), già sindaco di Calamandrana, paese astigiano al centro di una delle aree più vocate alla produzione vinicola di pregio, giorni fa aveva interrogato la Giunta Cirio, confermando le preoccupazioni della filiera vinicola piemontese e chiedendo quali iniziative regionali sarebbero state messe in atto.

La Regione Piemonte, attraverso le parole dell’assessore all’Agricoltura, Paolo Bongioanni, che ha avuto anche un incontro con i Consorzi e altre organizzazioni di categoria, si era espressa sostanzialmente per una posizione di attesa, di fatto ridimensionando la crisi a una sola parte della filiera vitivinicola piemontese (più o meno solo l’Astigiano) e indicando soluzioni alternative alla distillazione, considerata un’ultima ratio, come la vendemmia verde o il taglio delle rese per ettaro.

Dichiarazioni non condivise né dai Consorzi (Stefano Ricagno e Vitaliano Maccario nelle dichiarazioni ai media avevano ribadito che Asti e Barbera fanno una grande parte della produzione vinicola piemontese) né da molti produttori di uve e di vino che quotidianamente esprimono preoccupazioni per l’invenduto e per la vendemmia che ormai è alle porte.

Decisamente in dissenso con la posizione dell’assessorato le opposizioni di centrosinistra in Regione che con un comunicato, a firma dei tre consiglieri PD Mauro Calderoni, Domenico Ravetti e Fabio Isnardi, hanno chiesto interventi concreti palesando come, insieme ai dazi al 30% recentemente annunciati dagli USA, si prepari per il vino italiano e piemontese una tempesta perfetta da evitare a tutti i costi.

Ora al di là delle posizioni di ruolo nella filiera e delle contrapposizioni politiche, una fatto è certo: il futuro del vino italiano e piemontese non è tranquillo. L’invenduto pesa sull’economia delle cantine, la crisi di vendite con mercati che non assorbono più quello che assorbivano in precedenza tolgono il sonno a manager e titolari di Cantine, l’incertezza per i dazi “tira-molla” (50%-10%-30%) annunciati da Trump crea apprensione a importatori e Case vinicole e anche ai vignaioli che guardano i grappoli di uva maturare in vista di una raccolta che potrebbe avviarsi già tra un mese.

Che fare? Difficile dare una risposta. Di certo non dobbiamo fare quello che facciamo di solito noi italiani: polemizzare inutilmente e in modo infinito senza concludere nulla e alla fine trovarsi a gestire una crisi ancora peggiore di quella esistente. Difficile, ma non impossibile.

Filippo Larganà

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