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Vino e futuro. Cotarella dice la sua sul Corriere e lancia il suo “manifesto”. La nostra analisi: molte buone idee, alcune non praticabili e qualche pia illusione (che però va sempre tentata)
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Vino e futuro. Cotarella dice la sua sul Corriere e lancia il suo “manifesto”. La nostra analisi: molte buone idee, alcune non praticabili e qualche pia illusione (che però va sempre tentata)

Dopo aver riportato il pensiero del noto produttore vinicolo Angelo Gaja (da Barbaresco) sulla crisi del settore enologico (l’articolo originale è in fondo a questo post), qualche giorno fa il Corriere della Sera, per la firma di uno dei suoi vicedirettori, Luciano Ferraro, ha dato voce anche a Riccardo Cotarella.

Cotarella è enologo di fama, imprenditore vinicolo con la Cantina di famiglia, presidente di Assoenologi e, recentemente, anche oggetto di servizi poco benevoli da parte della trasmissione TV Rai, Report condotta da Sigfrido Ranucci.

Nel suo “manifesto” (pubblichiamo qui sotto la pagina del Corriere) Cotarella affronta i temi dei dazi, della crisi di vendite, del surplus produttivo e della scarsa percezione del vino da parte dei giovani. E lo fa, a nostro avviso, un po’ da boomer, sia detto senza intenzione di offesa (il termine, che ha pure una accezione negativa di persona poco avvezza a nuove tecnologie e metodi di comunicazione, indica originariamente chi è nato nel periodo del “baby boom” post-Seconda Guerra Mondiale, tra il 1946 e il 1964), perché un poco boomer lo siamo anche noi.

Spieghiamo: il presidente degli enologi italiani parla da uomo di un altro secolo su temi attualissimi. Il che andrebbe e va benissimo, se non fosse per alcuni particolari. Vediamoli insieme.

Primo punto. Cotarella dice di produrre di meno. Okkei, molti Consorzi, in vista della vendemmia 2025, hanno tagliato le rese e non senza polemiche da parte di chi coltiva l’uva, i vignaioli, che vede il suo reddito decurtato. Un buon compromesso sarebbe stato quello di alzare il prezzo delle uve. Terreno minato e impraticabile per via delle difficoltà che le aziende si trovano ad affrontare a causa di conflitti armati, guerre commerciali e dazi. Una mediazione avrebbe potuto essere quella del “un po’ per uno”, cioè meno rese e un leggero aumento del prezzo delle uve per garantire una minore erosione del reddito agricolo. Ma qui, temiamo, di essere nel settore delle pie illusioni.

Secondo punto. Frenare l’apertura di Cantine a rischio flop. E chi lo dice che sono a rischio? Gli esperti di marketing? E pagati da chi? In un mercato che per decenni, se non per oltre un secolo, ha decantato la bontà del liberismo, della libera impresa e del libero scambio, ora mettiamo paletti alla libertà di aprire un’impresa, sia pure con tutti i rischi del caso? E in nome di cosa? Di una specie di eno-protezionismo. Difficile attuare questa idea. Che forse è pure anticostituzionale.

Terzo punto. I costi del vino al tavolo. Tema scottante. Cotarella, che in questo è in buona e affollata compagnia, accusa i ristoratori di ricaricare troppo le bottiglie di vino con conseguente depressione di consumo e vendite. C’è più di un fondo di verità in quello che dice il presidente di Assoenologi. Lo vendiamo tutte le volte che andiamo al ristorante. Vini che all’origine costano 3/4/5 euro la bottiglia arrivano sulla tavola, quando va bene al doppio, ma anche al triplo, quadruplo e persino al quintuplo del prezzo alla Cantina. È corretto? Alcuni ristoratori motivano i rincari tirando in ballo il servizio e i rischio di tenersi il vino invenduto. Scuse un po’ deboli. Cotarella ha ragione. Il mondo della ristorazione, ma anche bar e locali vari di mescita di vino, dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza e ridurre i prezzi. Non lo farà. Purtroppo. Che poi i costi, come dice l’enologo, allontanino i giovani dal consumo dei vino è vero solo a metà o meno. I giovani spendono anche più di 7/8/10 euro a calice per un cocktail che non ha nulla o poco di vinoso. Dunque? Il fatto è che essi non capiscono più il mondo del vino che viene ancora raccontato, da gente come noi, in modo troppo tradizionale, per non dire vecchio, sorpassato e antistorico. Forse sarebbe ora di darsi una svegliata e magari andare a vedere come comunicano bevande, birre e bibite varie. Mettendo da parte la supponenza potremmo persino imparare qualcosa.

Quarto punto. In Italiano “estirpare” è una parola dura e crudele, anche nella fonetica. I francesi sembra che abbiano estirpato migliaia di ettari a causa della crisi del vino. Hanno fatto bene? Secondo alcuni no, perché avrebbero depauperato un patrimonio viticolo. Per altri è la “scorciatoia” giusta per riprogrammare il vigneto nazionale transalpino. Dovremmo fare così ancora noi italiani? Cotarella sembra appoggiare questa soluzione. C’è da chiedersi quali aree agricole e con quali colture (ulivi, piccoli frutti, frutteti, erbe aromatiche?) andrebbero riprogrammate. E, inoltre, quanto tempo ci vorrebbe? E in questo tempo chi rifonderebbe il reddito agricolo perso? Insomma troppi interrogativi per un progetto che sembra essere molto, molto, molto complicato.

Punto cinque. In questo punto Cotarella parla anche della necessità di andare incontro ai nuovi gusti con vini più versatili e a bassa gradazione (non parla esplicitamente di dealcolati, ma si è espresso a favore). Bene! Ci sono già. Il Piemonte è in prima linea nei low alcol con Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui, Asti Spumante, Malvasia di Casorzo e di Castelnuovo Don Bosco, Canelli docg. E si sta attrezzando sui dealcolati. Qui il presidente di Assoenologi ha ragione. Chissà se le filiere capiranno e metteranno da parte tutta una serie di resistenze. Chissà.

Sesto punto. Sostenibilità ambientale e sociale. Qui Cotarella fa goal. Siamo tutti d’accordo. La terra va difesa. La salute anche. Lo facciamo? Ni. I lavoratori stagionali vanno tutelati. Lo facciamo. Con ombre e luci. Dobbiamo impegnarci di più. Speriamo che il mercato premi vignaioli e aziende vinicole virtuose. Tuttavia le indicazioni di alcune aree del mondo sembrano andare in senso inverso: più trivelle, meno vincoli ambientali, investimenti su energie fossili non rinnovabili, riduzione di progetti su rinnovabili, leggi restrittive sui flussi di immigrati. Non va bene. Cotarella, per contro, fa bene a ricordare l’esigenza di un vigneto “pulito” e sociale. Fino ad ora non è che abbiamo fatto moltissimo. Coraggio (anche da parte della politica, se possibile)

I punti sette e otto a nostro avviso sono collegati perché parlano di formazione e comunicazione. Cotarella auspica professionisti più preparati da una formazione continua e una comunicazione unica che parli di territorio e di storia del vigneto Italia al mondo. Belle parole, giustissime e chiare. Che parlano di giovani generazioni che, però, non hanno molto spazio in un mondo tradizionalmente in mano a generazioni passate che, francamente, hanno fatto il loro tempo. C’è bisogno di tecnici, certo, ma anche di esperti di export, e non solo per vendere, che resta la priorità, ma anche per coltivare quelle relazioni nazionali e internazionali che servono per superare barriere e resistenze. Gli italiani un tempo erano maestri in questo. Un tempo.

Nel punto nove Cotarella si appella alla tutela contro chi banalizza e imita le denominazioni. In realtà già da tempo i Consorzi tutelano, in Italia e all’estero, le denominazioni. Ma c’è sempre un furbetto che viene fuori con uno spumante Asti Style o un clone del Prosecco. Quindi stiamo all’erta. Vanno riforzati accordi bilaterali. In questo esperti di mercati e relazioni con l’estero servirebbero come il pane. Dove sono?

Infine il punto dieci che tira in ballo l’intraprendenza dei produttori italiani di vino. Cotarella invita a guardare a nuovi mercati: Asia, Africa, «senza trascurare quelli consolidati». Certo si deve fare. Anzi, si doveva fare da un pezzo. Gli investimenti in questo senso devono arrivare anche dalle Istituzioni che non possono e non devono girarsi dall’altra parte. Il vino è strategico per l’Italia, lo abbiamo già detto, non solo per questioni economiche e di sostegno sociale, ma anche per quel “soft power” diplomatico che ha nel Made in Italy il suo strumento più efficace. Cotarella e le filiere lo sanno bene. Il Governo e le Regioni anche. Ne sortirà qualcosa? Intanto il “boomer” Cotarella, anche se con qualche idea già sentita e altre un po’ complicate da realizzare, ha fatto bene ad esternare. È quello che fanno i “padri nobili”. I giovani, da parte loro, devono riboccarsi le maniche e lavorare duro e noi boomer glielo dobbiamo consentire. E non solo in ambito vinicolo.

Filippo Larganà
(filippo.largana@libero.it)

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