Dossier vino. L’altra metà del sole, ovvero com’è nato l’Asti Secco. Le voci e le opinioni dei protagonisti a due anni dalla comparsa del primo spumante piemontese docg non dolce da uve moscato

inserito il 24 maggio 2019

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Tre anni fa, per l’esattezza il 19 aprile 2016, su questo blog usciva la prima notizia relativa a un assaggio pilota e a porte chiuse di uno spumante non dolce ottenuto da uve moscato docg. Potete leggere il post qui. Non rivelammo allora, e naturalmente non lo faremo oggi, quale fu la nostra fonte. Raccogliemmo notizie e rumors sul progetto di un Asti non dolce e riuscimmo a ottenere alcune foto “rubate” del tasting riservato che si era svolto a cura del Consorzio dell’Asti e a cui avevano partecipato, secondo le indiscrezioni che riuscimmo ad avere, industriali, vinificatori, viticoltori, enologi e manager. Insomma qualcosa di grosso bolliva in pentola.

Il progetto “top secret” e le foto rubate
Varie fonti non confermarono, ma neppure smentirono, le voci secondo le quali si stava pensando a un Asti docg dry. Si disse che alcune Case spumantiere avevano già da tempo avviato esperimenti in questo senso e che questi “eno-prototipi” erano oggetto di analisi e assaggio. Insomma la notizia c’era e prometteva di essere eclatante, persino deflagrante per un mondo come quello del moscato che, nonostante una naturale effervescenza nei rapporti tra i vari pezzi della filiera, tende a restare inamovibile persino nelle contrapposizioni.

In merito a questo progetto “top secret”, però, non rilevammo liti o divergenze. Se ne parlava, a tutti i livelli, come di un’opportunità che avrebbe potuto se non risolvere i problemi del comparto, almeno mitigarli e fornire prospettive per un futuro più denso di segnali positivi. Se qualcosa stava nascendo certo non avrebbe fatto male né all’Asti né al Moscato, ma, anzi, ne avrebbe ampliato la gamma, concetto, quest’ultimo, che non sfuggì agli imprenditori tanto che qualcuno di loro cominciò da subito a produrre bottiglie di Asti non dolce, ma rigorosamente non in commercio (leggete qui) e in attesa che il Consorzio completasse i passi burocratici necessari per dare ufficialità a nuovo disciplinare e un nuovo prodotto da uve moscato.

Il dado è tratto
il confronto col Prosecco

Dunque il dado era tratto. Come accade spesso la notizia di un Asti non dolce in fase di progettazione fu dibattuta prima che sui media tradizionali sui social e di conseguenza resa di dominio pubblico persino al di là delle indiscrezioni giornalistiche. Noi, che avevamo cominciato per primi a raccontare la storia dell’Asti non dolce chiamandolo Asti Dry, spiegammo perché avrebbe dovuto chiamarsi Asti e perché il termine dry o extra dry sarebbe stato preferibile. Leggete qui e qui. Alla fine, tuttavia, si preferì la denominazione Asti Secco che, prima di essere approvata da Comitato Nazionale Vini e Ministero, fu oggetto di confronti anche aspri con il mondo del Prosecco che si sentiva in qualche modo minacciato dal nuovo prodotto piemontese. Il dubbio dei produttori di bollicine veneto-friulane era, infatti, che il termine “Secco” avrebbe potuto creare confusione tra i due prodotti. Leggete qui. Le diplomazie del vino, con Istituzioni pubbliche in testa, dalla Regione al Ministero, si misero all’opera e non senza qualche difficoltà si arrivò a una serie di regole che mirarono a evidenziare il termine “Asti” rispetto a “Secco” con quest’ultima parola, secondo le tesi presentate dal Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato docg, intesa come semplice declinazione di una tipologia di spumante e non come “prosecco sounding”. I chiarimenti dei piemontesi furono accettati e inseriti nel nuovo disciplinare di produzione dell’Asti Secco con qualche accorgimento per l’etichettatura: in etichetta la sigla “docg” era da inserire tra le parole “Asti” e “Secco” in modo da evitare assonanze e confusioni. Spenti i fuochi delle polemiche fu dato il via al via al nuovo prodotto. La corsa dell’Asti Secco docg poteva cominciare ufficialmente.

Le prime bottiglie

Poche settimane dopo il sì ministeriale comparvero le prime bottiglie di Asti docg Secco. Il primo banco di prova per il nuovo spumante non dolce furono eventi e manifestazioni sul territorio di produzione.  Ci fu chi allestì un banco d’assaggio dei primi eno-prototipi e chi organizzò feste private per fare assaggiare i primi Asti Secco docg. L’idea era quella di accreditare il nuovo spumante non dolce da uve moscato per prima cosa nella stessa zona di produzione, i 52 Comuni del Moscato piemontese docg compresi tra le province di Asti, Cuneo e Alessandria, e successivamente di proporlo in Italia e all’estero. Ancora oggi Astigiano, Cuneese e Alessandrino sono i territori testimonial principali di un prodotto nuovo e in evoluzione.

Nasce il “Rural Glam”

A onor di cronaca i primi a credere nell’Asti Secco docg furono quattro, cinque Cantine. Il loro approccio fu, ed è ancora, entusiastico rispetto a un vino nuovo non facile da proporre e inserire in un segmento di mercato battagliatissimo e preda di competitors agguerritissimi com’è quello degli spumanti. Grandi e potenti miti come lo Champagne, strutturati emergenti come gli spumanti spagnoli e il Prosecco italiano, presidiano un recinto commerciale da centina di milioni di bottiglie (e centinaia di milioni di euro) con reti di vendita capillari e solidi capisaldi nella Gdo, la grande distribuzione, e nell’Horeca (ristoranti, bar, catering ed enoteche) dei principali mercati europei ed extra europei. In questo senso la strategia di comunicazione dell’Asti Secco sarebbe dovuto essere originale e d’impatto. Fu scelto un taglio glamour, cioè attento alle mode del momento. Fu, anzi, coniato un neologismo, “rural glam”, in perfetto stile “glocal” termine che nella moderna geografica economica indica un soggetto sia locale che globale, una parola appositamente studiata per l’Asti Secco docg e che descrive in modo sintetico ed efficace l’incrocio tra le radici estremamente rurali e contadine dell’uva moscato e della denominazione Asti, e quello stile, appunto glamour , che da sempre identifica il “Made in Italy” nel mondo. Dunque la réclame dell’Asti secco docg neonato fu realizzata in questo modo: book fotografico realizzato tra i filari di moscato con modelle e modelli al centro di un brindisi a base di calici colmi di Asti Secco nel perfetto solco di quel rural glam scelto come tema conduttore di tutta la campagna promozionale. Il messaggio era chiarissimo: l’Asti Secco docg voleva essere una bollicina elegante, giovane, italiana, in grado di rivaleggiare con altri prodotti e svecchiare l’immagine, da molti considerata un po’ datata, del suo “fratellone” dolce.

L’Asti Secco docg debutta in società

Il Consorzio di Tutela programmò eventi di presentazione dell’Asti Secco docg. Nel novembre del 2017 il nuovo spumante, la terza declinazione della denominazione “Asti” con l’Asti Dolce e il Moscato d’Asti docg, fu presentato in prima mondiale a Canelli, in provincia di Asti, il luogo dove nel 1865 nacque il primo spumante d’Italia e da dove partì l’idea della candidatura Unesco che nel 2014 incoronò i paesaggi vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato quali patrimonio dell’Umanità.
Un posto evocativo, Canelli, con molte suggestioni, una piccola città tra le colline del moscato, ma un simbolo per l’enologia nazionale che non è stata solo culla di Cantine storiche famose in tutto il mondo, ma anche punto di partenza di realtà imprenditoriali legate all’alta tecnologia che dall’enologia hanno sviluppato competenze in molti altri settori. A Canelli, dunque, non nascono solo vini e spumanti celebrati in tutto il mondo, sono anche progettati e costruiti macchine e impianti venduti nei cinque continenti e non solo in ambito enologico o alimentare, ma anche, ad esempio, per il settore farmaceutico o del beverage, per la nautica o il comparto aerospaziale.
Nel 2017 dunque l’Asti Secco fece il suo debutto in società nel cuore di un’area di eccellenze piemontesi e italiane uniche e rare, una zona che comprende tutti gli attori protagonisti di una filiera particolarmente articolata che va dai viticoltori ai produttori di macchinari per produrre e confezionare il vino passando attraverso Cantine vinicole di ogni dimensione. Da non dimenticare che il know how canellese ha contaminato un’ampia zona di Sud Piemonte che corre lungo tutta la valle del torrente Belbo. Quella che qualcuno chiama la valle piemontese delle bollicine. Qui oggi ci sono insediamenti importanti di Case spumantiere in centri rurali confinanti con Canelli come Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo, il paese che ha dato i natali a Cesare Pavese, uno degli scrittori italiani più importanti della letteratura del XIX secolo, e che oggi è sede di Cantine che producono decine di milioni di bottiglie di spumanti.

Dopo Canelli, che fu più una festa popolare, ci furono altre due presentazioni a Roma e a Milano, queste riservate alla stampa. In ogni occasione l’accoglienza riservata alla versione non dolce dell’Asti docg fu sempre positiva. Giornalisti, blogger, influencer, appassionati di vino e consumatori, trovarono nelle bollicine dell’Asti Secco docg caratteristiche di freschezza, bevibilità e gradevolezza del tutto originali e non paragonabili con altri competitor. Merito dell’uva d’origine, il moscato, e del fatto che ogni maison spumantiera elaborarò una propria speciale “ricetta” di produzione con percentuali di residuo zuccherino differenziate. Questo determinò non solo la produzione di Asti Secco docg diversi e non omologati tra loro, ma anche una molteplicità di gusti, sapori, profumi che bene rappresenta l’estrema versatilità dell’uva moscato in grado di esprimere, come gli stessi tecnici che costruirono il progetto Asti Secco dichiarano qui, grandi vini dolci e nello stesso tempo grandi vini secchi garantendo sempre un prodotto perfettamente armonico.

Il dossier sull’Asti Secco e le interviste

In questo dossier abbiamo inserito i video delle interviste realizzate ai protagonisti del progetto Asti Secco, a coloro, cioè, che lo hanno seguito dalla prima idea e hanno contribuito a svilupparlo ognuno per il proprio ruolo e competenze.

Il Consorzio

In testa al progetto Asti secco docg, con un ruolo di ricerca, coordinamento e governance istituzionale e formale non poteva che esserci il Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato d’Asti docg (leggete qui) .
Il presidente, Romano Dogliotti ci ha parlato dello spirito e degli scopi dell’iniziativa.
Il direttore, Giorgio Bosticco, ha ricostruito per noi le prime fasi del progetto, i suoi punti di forza e di miglioramento ancora possibili e, anzi, auspicabili.
Guido Bezzo, responsabile del laboratorio d’analisi del Consorzio, vero fiore all’occhiello dell’enologia italiana, ci ha raccontato i particolari tecnici dell’Asti Secco ponendo l’accento non solo sugli aspetti tecnici, ma anche su quelli squisitamente sensoriali.
Infine il prof. Rocco Di Stefano, docente universitario di fama e da sempre impegnato sul fronte della ricerca che è stato consulente del Consorzio per il progetto Asti Secco, ci ha rivelato come il punto di svolta della nascita dell’Asti Secco docg fu il riemergere, del tutto inaspettato, di un suo studio quasi dimenticato che egli, con un’improvvisa illuminazione, tirò fuori da un cassetto e applicò con successo alla produzione di Asti Secco. Un particolare, quello rivelato dal professor Di Stefano, che aggiunge quasi un che di romanzesco e romantico alla storia dell’Asti Secco docg.

Ecco le nostre interviste.

Romano Dogliotti,
presidente del Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato d’Asti docg.

 

Giorgio Bosticco,
direttore del Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato d’Asti docg.

 

Guido Bezzo,
responsabile del laboratorio d’analisi del Consorzio di Tutela dell’Asti e del Moscato d’Asti docg

 

Rocco Di Stefano,
docente universitario e consulente per il progetto Asti Secco del Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti docg

 

Le “maison” delle bollicine

Poi ci sono le Case spumantiere, le “maison” del moscato, che alle bollicine dell’Asti Secco docg ci hanno creduto fin dal primo secondo e ne hanno abbracciato in pieno il progetto. Al timone ci sono imprenditori e tecnici che videro e ancora vedono in questa nuova tipologia non solo un motivo di business e di sviluppo del proprio brand e della propria azienda, ma anche uno strumento in più per far crescere un territorio al quale si sentono, a vario titolo e maniera, legati per cultura o nascita oltre che per lavoro e professione. È un legame, quello tra questi manager e il mare non sempre calmo del moscato, che affonda le radici nella storia e nella geografia di luoghi che sono in qualche modo magici e baciati da un sole che ogni anno trasmette ai grappoli forza, profumi e colori unici.
Qui le nostre interviste.

 

Luca Bosio (Bosio Family Estates). Luca Bosio è un giovane enologo che, con il padre Walter e la mamma Rosella, è a capo di un gruppo che comprende vigneti a Cantine tra Santo Stefano Belbo (la collina è quella di Valdivilla) e Verduno, in provincia di Cuneo. Per saperne di più leggete qui. L’Asti Secco firmato Bosio è stato uno dei primi a uscire sul mercato proponendosi sia in Italia sia all’estero. Moscatisti nel DNA e sempre molto attenti alle esigenze dei mercati italiano e internazionale, i Bosio hanno sposato il progetto Asti Secco senza se e senza ma. All’iniziativa del nuovo spumante non dolce a base di uve moscato hanno dedicato energie e risorse. Sono stati ripagati. L’Asti secco docg Bosio è stato accolto positivamente dai clienti che lo hanno identificato come un’altra, speciale, declinazione vinicola di quel particolare e unico patrimonio enologico del Piemonte che è il mondo del moscato. Se questo doveva essere, come in effetti è, l’obiettivo del progetto Asti Secco docg, ebbene i Bosio sono tra gli imprenditori che hanno contribuito a raggiungerlo.

 

Riccardo Capetta (Cantine Capetta). Lo slogan “Nobili vini del Piemonte”, scelto dalla Cantina per le sue campagne pubblicitarie, spiega in modo perfetto la filosofia aziendale del gruppo Capetta (che comprende i brand Duchessa Lia e Balbi Soprani) che ha vigneti e Cantine a Santo Stefano Belbo in provincia di Cuneo. Riccardo Capetta è presidente del gruppo fondato e controllato dalla sua famiglia (leggete qui). Da sempre l’attenzione produttiva è focalizzata sui vini del territorio piemontese, Moscato in testa. Da qui l’anima “moscatista” di un gruppo che ha sempre fatto delle sue origini piemontesi un must, un valore aggiunto da utilizzare in senso promozionale e di marketing. Aderire al progetto Asti Secco è stato, quindi, naturale per Capetta che ha operato da subito con una massiccia campagna conoscitiva del prodotto. L’Asti Secco docg Duchessa Lia è stato ed è ancora al centro di eventi allestiti sul territorio e anche fuori dalla zona di produzione. Lo scopo è quello di far conoscere l’Asti Secco docg, una “missione” che per certi tratti sembra andare addirittura al di là del core business aziendale.

 

 

Stefano Ricagno (Cuvage). Enologo e direttore di Cuvage, Cantina con sede ad Acqui Terme in provincia di Alessandria, esponente di una famiglia che da sempre è in prima fila nel mondo del vino piemontese. Stefano Ricagno rappresenta Cuvage, una realtà relativamente recente nel panorama vinicolo regionale, anche se ha ripreso l’eredità di storiche Cantine del territorio. La scelta aziendale di Cuvage è stata fin dal principio quella di produrre bollicine metodo Martinotti (fermentazione in autoclave) e Metodo Classico (fermentazione in bottiglia). È stato il segnale forte di quella “piemontesità” che caratterizza la maison acquese che fa parte della galassia Mondo del Vino, uno dei gruppi vitivinicoli più importanti d’Italia. Stefano Ricagno, inoltre, è anche vicepresidente del Consorzio dell’Asti e del Moscato d’Asti docg e uno dei principali artefici non solo del progetto che ha condotto all’Asti Secco, ma anche di varie iniziative, alcune ancora in corso, per il suo miglioramento sia in ambito legislativo sia tecnico.
Per saperne di più leggete qui e qui.

 

 

Gianfranco Santero (958 Santero). È il vulcanico presidente del gruppo vitivinicolo di famiglia che opera, con vigneti e Cantine, tra Santo Stefano Belbo, in provincia di Cuneo e Canelli, in provincia di Asti. Il legame con il mondo del moscato è evidente e concreto. La Santero con la sua griffe 958 ha creduto da subito nell’Asti Secco avvicinandosi alla produzione in maniera singolare, cioè con quelli che si potrebbero definire veri e propri “prequel”, dal Moscato Dry all’Asti Dry, del vino che poi sarebbe stato messo in commercio. Un marketing innovativo, con un occhio al territorio e uno al glamour, una forte presenza social, ma anche off line con sponsorizzazione e partnership in occasione dei maggiori eventi sportivi e di attualità, sono i canali privilegiati di promozione dei prodotti 958 Santero, Asti Secco in testa. Una curiosità: la bottiglia Asti Secco docg 958 Santero ha una grafica “peace and love” che ricorda lo stile grafico utilizzato negli Anni Settanta in ambito hippy (o hippie), quelli, insomma, che in Italia furono chiamati figli dei fiori. Un bel segnale. Per saperne di più sul gruppo 958 Santero leggete qui.

 

 

Qui la galleria di immagini con i protagonisti del reportage sull’Asti Secco

 

 

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