#lecosecherestano. I giorni del fango… La memoria dell’alluvione del 1994, senza celebrazioni né padrini, per tollerare un passato doloroso che non va dimenticato

inserito il 4 novembre 2016

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«(…) la memoria del cuore elimina i brutti ricordi e magnifica quelli belli (…) grazie a tale artificio riusciamo a tollerare il passato». Sono parole del romanzo “L’amore ai tempi del colera” di Gabriel Garcia Marquez. Una storia d’amore contrastata e drammatica.

Anche quella che vogliamo raccontare qui è una storia d’amore, “ai tempi del fango” però. Ricordando quello che ha rappresentato il dramma dell’alluvione nel 1994, un evento devastante che colpì il Piemonte tra il 3 e il 6 novembre.

Raccontiamo una storia d’amore per un territorio che fu sconvolto e seppe risollevarsi, tra mille difficoltà, che ancora, in qualche modo, ricorrono. Amore per queste valli che furono disastrate, per i paesi e le città invase dalla piena, per le famiglie colpite negli affetti più cari, per le vittime, una sessantina in tutto il Piemonte, che ebbero le esistenze stroncate da una morte oscena, viscida e gelida, come le ondata limacciose del Tanaro, del Belbo e del Bormida.

Il racconto parte dalla prima telefonata. Quella che informa il cronista e il fotografo di andare a vedere cosa sta succedendo in valle Bormida, la valle gemella a quella del Belbo, mentre il Tanaro ha già rotto gli argini spalmando morte e distruzione ad Alba e lungo il suo percorso fino ad Asti e oltre.

Così si parte la mattina del 5 novembre 1994. Mentre a Canelli l’acqua del Belbo solletica la pancia del ponte che unisce le tue parti di città separate dal fiume, le strade sono percorribili fino al crocevia tra Bubbio e Monastero Bormida. Là, però, la strada non esiste più. La valle non c’è più. Al suo posto c’è un lago. Il Bormida s’è preso il suo posto. E ci sono ambulanze, carabinieri, curiosi, gente che piange davanti all’officina distrutta e mostra i pesci raccolti nell’orto dietro casa. Ma non è una pesca miracolosa. È un raccolto di morte. Che continuerà per giorni, per settimane, per mesi. E per anni nell’animo di chi ha vissuto, di chi ha visto. Una tremula lingua di quel limo molle e viscido resterà come monito eterno. Come restasse lì a dire: «Ricordati quanto siete stati sciocchi a costruire le vostre case dove non dovevate. Come sieste stati stupidi a non rispettare la disciplina dell’acqua. E ora pagate la vostra enorme gabella di dolore».

La mattina del 5 novembre 1994 non c’era coscienza di questo. Il futuro era ancora una tenebra ignota. Poi, piano piano, come quando ci si sveglia dopo un lungo, ingenuo sonno, la consapevolezza è salita con la rapidità dell’onda di piena.

Nella notte tra il 5 e il 6 novembre 1994 il Belbo cancella gli argini e invade i paesi lungo le sue sponde. Tra questi Santo Stefano Belbo e Canelli dove ci saranno tre morti. E il Tanaro metterà sott’acqua anche mezza Asti, dove ci saranno due morti, e i paesi sul suo percorso.

I giorni, le settimane, i mesi che seguiranno a quella sciagura saranno segnati per sempre, nella memoria di chi scrive e di chi ha fissato quelle immagini, dall’odore dolciastro e nauseante. Non è solo fango di fiume. È un misto di kerosene, foglie e legno marci, cibo andato a male, acqua putrida. È l’odore della disperazione, di chi ha perso tutto e sente la terra muoversi sotto i piedi. Come un’onda che non si ferma.

Dopo vent’anni quell’onda ancora corre nella nostra memoria. Non si è mai infranta. E qualche volta quell’odore riemerge. Soprattutto quando sembra che questi vent’anni siano passati invano. Quando ancora ci sono alluvioni, morti, distruzione, disastri e dolore e fango, tanto, troppo fango.

I documenti che presentiamo vuole essere qualcosa di più di un ricordo. Vogliono essere un tassello della memoria storica di quello che è accaduto in un angolo del Piemonte vent’anni fa. E ancora, purtroppo, accade in Italia e nel Mondo. Per questo ci è piaciuto l’hashtag suggerito da un amico e che abbiamo messo nel titolo: #lecosecherestano.

La scelta su come realizzare l’iniziativa è stata semplice e leale, verso gli altri e noi stessi: niente patrocini, né padrini, nessuna passerella, niente convegni e bla-bla. E nessuna serata commemorativa, perché non c’è nulla da commemorare. C’è solo da aprire la scatola della memoria e ascoltare chi c’era, chi ha spalato, chi ha pianto, chi ha ritrovato, nel disastro, valori che oggi custodisce con pudore, lontano da clamori falsamente travestiti da evento, ingabbiati in un circo mediatico tanto autocelebrativo quando blasfemo nel fingere di onorare altri onorando, in realtà, sé stesso e coloro che ne fanno oggetto, nella migliore delle ipotesi, di visibilità personale.

A noi queste cose fanno non meno che ribrezzo. L’iniziativa “I giorni del fango, vent’anni dopo”, non è solamente un no profit, è completamente autofinanziata e messa a disposizione di chiunque, attraverso lo strumento che meglio di tutti raggiungere il maggior numero di persone: il web.

A tutti coloro che ci hanno aiutato a costruire questo tassello di memoria va il nostro grazie.

Questo è quello che volevamo fare e abbiamo fatto. Senza clamori, senza megafoni, evitando patetiche corse in avanti ad appuntarsi sul petto medaglie da primi della classe che non servono a nulla se non a sfamare ego smisuratamente miseri.

Ora, però, è tempo di accendere la memoria. Non per ricordare, ma per non dimenticare le cose brutte e le cose belle, e tollerare, così, il passato. Anche quello più doloroso.

Filippo Larganà         Vittorio Ubertone

 

#lecosecherestano


#lecosecherestano
Le testimonianze di chi ha vissuto in prima persona quei giorni.

acqua  fango  volti


Acqua
I soccorsi. Piazza del Palio. Il Ristorante Gener Neuv. Il Presidente Oscar Luigi Scalfaro.

Fango
Il gommone. Elicotteri. Il bambino nel fango. Villaggio San Fedele. Trincere. Corso Savona.

Bormida
Il fiume Bormida. Il ponte di Monastero Bormida. Alberi. Devastazione.

Canelli
Viale Risorgimento. Militari di leva. Rifiuti. Gli Angeli del Fango. Il municipio.

Rocchetta
Il sindaco di Rocchetta Tanaro Stefano Icardi. Il generale. Castello d’Annone. Cerro Tanaro.

 


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