
Tra gli interventi esposti agli Stati Generali del Vino, che la Cia Piemonte (agricoltori italiani) ha allestito a Pollenzo il 30 ottobre scorso, c’è stato anche quello di Roberto Ivaldi, giovane viticoltore e corilicoltore della Langa.
Roberto, che è a che vicepresidente della sezione giovani del CTM, il Coordinamento Terre del Moscato che raggruppa una parte dei produttori di uve moscato bianco per Asti spumante e Moscato d’Asti e porta avanti rivendicazioni, idee e progetti pro filiera, ha esposto i dubbi e le domande di un giovane agricoltore in merito a un territorio, come quello del vino piemontese, che produce eccellenze e bellezza, ma che non darebbe né sostentamento né certezze ai giovani che conducono aziende agricole, spesso al centro dell’area riconosciuta Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco.
Un riconoscimento, quello dell’Unesco, arrivato nel 2014 proprio grazie al lavoro dei viticoltori di Langhe, Roero e Monferrato. Riportiamo qui di seguito l’intervento di Ivaldi in versione integrale.
§§§
Oggi non sono qui per parlare da esperto, né per portare numeri o statistiche. Sono qui come agricoltore, come figlio e come persona che crede ancora nel proprio mestiere.
Ho 29 anni. Ho iniziato a lavorare in agricoltura a 17 e a 21 ho perso mio padre. Non lo racconto per cercare compassione. Lo racconto perché ancora oggi, davanti a certe decisioni, mi capita di pensare a quanto vorrei potergli chiedere un consiglio.
Ho continuato a lavorare, a investire, a costruire qualcosa per me e per la mia famiglia.
Coltivo vigneti, produco uva e nocciole, e faccio lavori per conto di altre aziende agricole per arrotondare.
Perché ad oggi coltivare la propria terra non basta a far quadrare i conti.
Viviamo nelle Langhe. Un territorio conosciuto nel mondo, fotografato, ammirato, raccontato come esempio di eccellenza. E io ne sono orgoglioso.
Ma oggi vorrei chiedervi una cosa: siamo sicuri che dietro tutta questa bellezza ci sia una vita altrettanto bella per chi la rende possibile?
Ci chiamano custodi del paesaggio. Ci chiedono qualità, sostenibilità, investimenti, innovazione. Ma chi si preoccupa della sostenibilità della nostra vita?
I costi aumentano: macchinari, carburante, manutenzioni, lavoro. E noi dobbiamo adeguarci. Quando invece chiediamo che il prezzo della nostra uva o delle nostre nocciole riconosca quei costi, ci sentiamo rispondere che è il mercato a decidere.
Perché quando aumentano i costi dobbiamo accettarli, ma quando chiediamo un prezzo giusto sembra che stiamo chiedendo un favore?
Non sono contro chi trasforma o vende i nostri prodotti. Le industrie e le cantine hanno un ruolo importante. Ma senza chi coltiva la terra non ci sarebbe nulla da trasformare. E questa parte della filiera non può essere sempre quella chiamata ad assorbire le difficoltà.
Sentiamo tante promesse. Si organizzano incontri, si parla del valore dell’agricoltura, si ripete che siamo fondamentali. Poi torniamo a casa e i conti sono gli stessi. Non chiedo parole in più: chiedo che chi ha responsabilità nelle istituzioni e nelle filiere ascolti davvero anche chi produce.
E quando emergono vicende di sfruttamento dei lavoratori, come quelle di cui si è parlato nel nostro territorio, è giusto non voltarsi dall’altra parte. Chi lavora merita dignità, qualunque sia la sua provenienza. Su questo non si discute.
Ma oggi vorrei chiedere una cosa: chi rispetta noi? Chi rispetta chi vorrebbe assumere una persona e pagarla il giusto, ma non riesce a permetterselo? Chi rispetta chi si alza presto e non sa quando tornerà a casa?
Coordinamento Terre del Moscato
Io vorrei avere più tempo per la mia famiglia. Vorrei condividere il lavoro e le responsabilità.
Ma spesso quelle ore le faccio io. Quel tempo lontano da casa lo metto io.
E non voglio essere chiamato eroe per questo. Non voglio applausi perché faccio sacrifici.
Vorrei che il mio lavoro mi permettesse semplicemente di vivere.
Si parla tanto di giovani e di ricambio generazionale. Ma quale futuro offriamo a un ragazzo che vorrebbe iniziare oggi? Un futuro in cui deve essere agricoltore, meccanico, imprenditore e magari fare anche un altro lavoro per sostenere il primo?
Io in questo mestiere credo ancora. Ma credere in qualcosa non significa accettare tutto in silenzio.
Non basta ammirare le Langhe nelle fotografie. Bisogna permettere a chi le custodisce ogni giorno di viverci, di avere una famiglia, di immaginare un domani.
E allora vi lascio con una domanda: se un territorio produce bellezza, ricchezza ed eccellenze riconosciute nel mondo, ma chi contribuisce a renderle possibili fatica a immaginare il proprio futuro, possiamo davvero chiamarlo un territorio di successo?
Grazie.
Roberto Ivaldi
vicepresidente sezione Giovani CTM