L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato, cioè l’Antitrust, ha inviato richiami alle Camere di Commercio e al mondo del vino italiani. Lo ha fato con due lettere, firmate da Gabriella Muscolo, componente dell’Autorità, pubblicate sul bollettino ufficiale dell’ente del 29 marzo scorso, anche online al sito www.agcm.it, rispettivamente a pag. 106 e 108 del documento scaricabile liberamente da Internet (ecco il link: http://www.agcm.it/component/joomdoc/bollettini/9-16.pdf/download.html).
Le missive sono datate 17 e 22 marzo 2016. La prima ha come destinatari il ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, Maurizio Martina, quello dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, dimissionaria dopo i datti dello scandalo petroli, e ai presidenti di Unioncamere – Unione italiana delle Camere di commercio, industria, artigianato e agricoltura, e della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome. La seconda lettera è stata indirizzata a Martina, Guidi e ai presidenti delle Regioni.
Nel primo documento L’Agcm si rivolge agli enti camerali che svolgono anche attività di certificazione dei vini a denominazione attraverso partecipazioni a società private. Ricordando che la certificazione dei vini viene espletata anche da soggetti privati, l’Agcm dichiara: «L’Autorità ritiene che, al fine di garantire un’opportuna indipendenza tra i due versanti del mercato di riferimento rappresentati dagli organismi privati autorizzati e le autorità di controllo pubbliche designate, siffatte partecipazioni societarie andrebbero dismesse». E sottolineando come alcune Camere di Commercio abbiano già dismesso queste partecipazioni, raccomanda alle CCIAA che effettuano servizio di certificazione di vini doc e docg il seguente comportamento: «… l’adozione di rigorosi e verificabili criteri di: (1) gestione separata della contabilità delle proprie strutture di controllo dei vini rispetto al restante bilancio camerale; (2) formulazione delle proprie tariffe, a partire da un’analisi dei costi effettivamente sostenuti dalle proprie strutture di controllo».
Insomma una “sgridata” in piena regola.
Come ha l’aspetto di una dura reprimenda anche la lettera inviata il 22 marzo e ripresa dall’agenzia Agenparl qui. Nel mirino c’è il mondo del vino italiano a cui l’Antitrust riprovera di ricorrere troppo spesso a tavoli dove vengono siglati patti tra produttori di uve e trasformatori di vino.
L’Agenzia prende ad esempio una filiera piemontese, quella delle uve cortese. E scrive: «L’Autorità ha avuto notizia di una serie di accordi di filiera, stipulati tra il 2010 e il 2014, nell’ambito di alcuni tavoli interprofessionali convocati dall’Assessorato all’Agricoltura, Caccia e Pesca della Regione Piemonte relativamente alle modalità di cessione delle uve “Cortese” impiegate per la produzione di due vini bianchi assoggettati a disciplinari DOCG e DOC, il “Cortese di Gavi” e il “Cortese Piemonte”. È ragionevole presumere che tavoli di questo genere si siano tenuti in altri contesti regionali con riferimento ad altri vini. Ai sensi dell’articolo 22 della legge n. 287/90, secondo cui l’Autorità può esprimersi sui problemi riguardanti la concorrenza ed il mercato quando lo ritenga opportuno, con riferimento a questo tipo di accordi si rileva quanto segue. L’industria vitivinicola risulta tradizionalmente caratterizzata da una pervasiva disciplina che, in linea con le finalità della Politica Agricola Comune a suo tempo indicate dall’art. 39 del Trattato di Roma del 1957 e mantenute sino all’art. 39 TFUE, mira tra l’altro a “stabilizzare i mercati”. Ciò ha fatto sì che, lungo le diverse filiere di prodotto, siano sin qui ricorse con relativa frequenza “catene pattizie” tra agricoltori e acquirenti diversi, volte a esercitare un controllo più o meno ampio su una serie di variabili economiche anche significative, ivi comprese – attraverso il meccanismo noto come “blocage” (su cui v. l’art. 14 del D.Lgs. n. 61/2010) – le quantità di uve e vini rese disponibili sul mercato. Con specifico riferimento agli accordi relativi alle modalità di cessione delle uve “Cortese”, oltre alla ricorrenza di simili criteri di controllo delle quantità delle uve, risulta che siano stati anche determinati prezzi minimi di conferimento delle stesse, con il riconoscimento di incrementi annui costanti. Tutto ciò premesso, l’Autorità intende sottolineare con fermezza la necessità di circoscrivere rigorosamente le intese di filiera a quanto consentito dalla normativa vigente, con l’espressa esclusione di accordi di prezzo delle uve e tanto più dei vini sfusi. Pertanto, anche in coerenza con la maggiore sensibilità pro-concorrenziale da ultimo introdotta nel settore agroalimentare dalla nuova PAC, si richiamano gli enti competenti a un uso il più possibile circoscritto di meccanismi di controllo delle attività d’impresa – in primo luogo il blocage-deblocage delle uve di cui all’art. 14 del D.Lgs. n. 61/2010 – in quanto incidenti direttamente sulle disponibilità di prodotto (e prezzi conseguenti) nei mercati finali, pur nella consapevolezza della tipicità del prodotto uva, che può presentare un’elevata differenziazione qualitativa da un anno all’altro. Peraltro, l’Autorità ha già più volte avuto modo di criticare la determinazione concordata di quantità e prezzi di prodotti agroalimentari, tenuto conto della preminente opportunità di concentrare gli sforzi dei diversi operatori – anche nei momenti pattizi – sul miglioramento della qualità dei prodotti o su standard contrattuali comuni. Alla luce delle precedenti considerazioni, l’Autorità invita tutti gli enti, che possano aver adottato o favorito pattuizioni similari a quelle contenute negli accordi passati relativi alle modalità di cessione delle uve “Cortese”, a perseguire per quanto di propria competenza una gestione delle attività vitivinicole nell’armonica considerazione dei diversi interessi rilevanti, alla luce di tutti i vigenti principi dell’ordinamento». Qui il bollettino in versione pdf: bollettino antitrust 29 marzo 2016
Resta da capire se le lettere dell’Antitrust siano uno stop a utilizzare i patti pre-vedemmia tra vignaioli e cantine (oltre al cortese in Piemonte li utilizzano moscato e brachetto) o si tratti di un richiamo ad utilizzarli solo in via straordinaria.
SdP