
Inutile girarci intorno, c’è un che di primitivo nell’arte, qualsiasi tipo di arte, anche (forse soprattutto) quella contemporanea. Esattamente come accade al vino che, attraverso i millenni e in mille forme, è compagno di molte civiltà e culture fino ad essere diventato esso stesso cultura, architettura, artigianato e industria. Come l’arte.
In questo senso è interessante la mostra “Frammenti di durata”, quasi un ossimoro che anche qui ricorda il tempo e lo spazio, umano e disumano, che aprirà il 20 settembre a Palazzoirreale di Canelli (Asti), l’hub d’arte moderna ricavato nella vecchia sede industriale dismessa di via Luigi Bosca, dalla Fondazione Bosca che fa capo alla famiglia – Pia, Polina e Luigi Bosca – che conduce l’omonima storica Casa vinicola canellese.
Lì, davanti e nei locali di quel palazzo, bellissimo, in stile LIberty, che oggi qualcuno chiama “villa”, ma che fino a pochi decenni fa era centro nevralgico delle Cantine Bosca, fino al 25 ottobre (e forse anche più in là) “vivranno” e saranno visibili le sculture di Ludovica Carbotta (torinese con vita in Spagna) e le performance visive e artisticamente provocatorie dello spezzino Jacobo Benassi.
Ieri, 17 settembre, durante l’anteprima riservata ai media, Ludovica ha raccontato la genesi dei suoi “Talamoni”, sculture raggruppate in famiglie, dove, ovviamente, ognuno ha propri nome, fisionomia, carattere, postura e destino. «I Talamoni sono elementi di scultura impiegati come sostegno, strutturale o decorativo nei palazzi, equivalente maschile delle Cariatidi. Io li ho immaginati al centro di una saga famigliare, in qualche modo staccati dal loro ruolo di “sostegno” e inseriti in contesti diversi». Una specie di fuga in cerca di una nuova collocazione. Lo fanno spesso anche gli esseri umani. E così tre sculture di Ludovica Carbotta, in polistirolo e resine, presidiano la facciata di Palazzoirreale e l’ingresso, non percorribile, della villa, dove ancora, tra muschi e licheni, s’intravvedono i binari che, tra ‘800 e ‘900, portavano direttamente dentro agli stabilimenti del vino, degli spumanti e dei vermouth, i carri ferroviari che avrebbero diffuso il “verbo vinicolo” di Canelli nel mondo.
Per Jacobo Benassi il discorso artistico passa attraverso musica, rumori, distorsioni elettroniche, pittura, fotografia, videografia, scultura e performance personale con il proprio corpo esposto, visibile, strumento di un’arte che, qui davvero, ricorda riti collettivi e danze ancestrali, pagane e religiose, sacre e dissacranti. Scrive di lui il sito Itinerarinellarte.it: “Jacopo Benassi è tra i più grandi artisti italiani delle ultime generazioni. Negli anni ha esposto in Italia e all’estero in musei e gallerie private. Ha collaborato con intellettuali e personalità della cultura come il regista Paolo Sorrentino, Asia Argento, Maurizio Maggiani, con cui ha creato libri e progetti di vario genere. Il suo lavoro spazia dalla fotografia, suo medium di elezione, alla scultura e l’installazione, passando per l’attività editoriale”. Tutto insieme, tutto concentrato, a Canelli, in una performance dove anche chi assiste diventa tassello di un quadro d’insieme, ingrediente di una miscela artistica che non può non colpire e far riflettere, al di là di tutto e di tutti, persino dell’attualità. Forse è il modo per toccare strati profondi, disinibiti, ancestrali appunto. La stessa cosa che fa il vino (sempre con moderazione, però), liberando endorfine e facendo calare, per un attimo, il sipario delle difese quotidiane, dello spazio personale, degli sguardi che non si devono incrociare mai per non vedere mai davvero.
Inaugurazione ufficiale della mostra il 20 settembre alle 18. Altre info qui.
fi.l.










(immagini tratte da ig Jacobo Benassi)