
C’è chi ha parlato di guerra e chi di lotta. In realtà la questione Moscato, che sta deflagrando in questi giorni, ma che covava sotto la cenere da almeno cinque anni, è una cartina tornasole, il segnale rilevatore di un cambiamento a cui nessuno era preparato o ha voluto prepararsi.
Cosa è accaduto?
In sintesi: prima del Covid c’erano stati segnali di difficoltà per il mondo del vino. Poi la pandemia, con il suo sudario di tragedie, aveva congelato tutto, moltiplicando, però, produzione e fatturati delle ditte vinicole.
Un fenomeno figlio del lockdown fatto di pizze fatta in casa e grandi bevute in cucina e in salotto, che ha dato l’illusione, ad aziende vinicole e ai viticoltori, che la crisi non fosse nemmeno arrivata.
Invece la “notte buia” del mondo del vino è arrivata eccome, e pure peggiore di quanto s’immaginava.
Prendiamo ad esempio il Moscato, che oggi, in vista di una vendemmia, almeno fino ad ora, ottima e abbondante, spinge industrie e parte agricola a un confronto, da quello che trapela, anche aspro. I temi sono le rese 2026 delle uve (non si sa se 75,80 o 85 quintali ad ettaro), troppo basse per gli agricoltori e, di contro, considerate dalle industrie utili per modulare offerta e domanda su mercati sempre più asfittici. Poi c‘è la questione dei prezzi (poco più di un euro al chilo per le uve Moscato) che per la parte agricola – a cui, però, non si può non rimproverare la cattiva abitudine di attivarsi solo nei momenti di grave crisi – sono fermi da troppo tempo e non sufficienti a coprire costi di conduzione del vigneto sempre più alti.
Come sia arrivati a questo punto?
Qualche giorno fa, ad un talk sul vino Dolcetto, Oscar Farinetti, uno dei guru del mondo del vino piemontese, ma anche uno che, comunque la si pensi su di lui e le sue “creature” commerciali, di marketing se ne intende, ha detto che oggi tutte le filiere vinicole stanno soffrendo, chi più chi meno, dai vini più costosi e pregiati a quelli più quotidiani e costo medio.
Cosa è successo?
Sostanzialmente, come ha detto l’inventore di Eataly, due cose: il calo del consumo di vino nel mondo, da 250 milioni di ettolitri a poco più di 200, e le campagna salutistiche che indicano l’alcol – anche quello nel vino – come dannoso per la salute. A questo, ovviamente, vanno aggiunte contingenze geopolitiche ed economiche.
Che fare?
In questi giorni si leggono molte prese di posizione. Per Oscar Farinetti i vini devono puntare sul biologico, ritrovare un’identità certa e reale legata al territorio, incontrare i gusti della gente (e non solo degli intenditori) e coinvolgere le nuove generazioni nella narrazione del vino.
Per il mondo dei Consorzi, il presidente della Barbera d’Asti, Filippo Mobrici, auspica nuove frontiere di commercio tra Sud America e turismo; quello del Consorzio dell’Asti Spumante e del Moscato d’Asti, Stefano Ricagno invoca la riduzione della produzione, il taglio degli superi per tutte le denominazioni e il blocco di nuovi impianti per un triennio. Segnala, però, un nodo delicato; quello dei costi di produzione ricordando come in alcune aree piemontesi la diminuzione delle rese fa rimanere sopra i costi di conduzione del vigneto, in altre aree metterebbe in difficoltà i vignaioli che si troverebbero a incassare quanto o anche meno hanno speso per coltivare le vigne.
Quindi?
Le indicazioni del presidente dell’Asti, in qualche modo, si avvicinano a quelle di Farinetti: le aziende dimostrino buona volontà, promuovano davvero i vini piemontesi e, soprattutto, li vendano.
Una “volée” nel campo dell’industria che, anche secondo la parte agricola del Moscato – che in queste ore sta interrogandosi su come trattare su prezzi e rese delle uve moscato – dovrebbe impegnarsi di più e dire se davvero due campioni del vino piemontese e del “Made in Italy”, come l’Asti Spumante e il Moscato d’Asti (tra gli 85 e i 100 milioni di bottiglie l’anno, con quota export preponderante), sono ancora protagonisti del loro business oppure ci sia spazio solo per spumantelli, bevande aromatizzate, cocktail più o meno frizzanti e spumanti non piemontesi di cui, però, proprio i piemontesi sono enormi imbottigliatori (leggi alla voce Prosecco doc).
Anche da parte delle industrie non manca il cahier de doleances, una lunga lista di lamentele che va dai dazi trumpiani all’instabilità geopolitica, passando per le crisi economiche, più o meno pilotate, che deprimono le economie, Europa in testa, fino a costi di produzione, anche qui, lievitati: dall’energia agli imballaggi, dai macchinari alle tasse export.
A questo punto quello che è curioso è che tutti hanno ragione, tutti dicono il vero, gli industriali quanto le aziende viticole produttrici di uve. Del resto sono “attori” di un’unica storia, stanno sulla stessa barca, condividono la stessa missione e lo stesso cielo. Ma lo hanno dimenticato. E si guardano con sospetto anche se sono una l’immagine riflessa dell’altro.
Soluzioni?
Con il vino piemontese (e quello italiano) che rischia uno stallo che non può permettersi (e il fatto che i cugini francesi siano messi pure peggio non deve indurre a nessun stupido “gaudio”) quello che serve è agire subito con serietà e consapevolezza.
La serietà di persone che sanno comprendere anche le posizioni del proprio interlocutore – per chi lo avesse dimenticato questo è il segreto di una buona trattativa – e la consapevolezza che la filiera del Moscato e, in generale, quella vino italiano, non tratta una merce qualsiasi, come non sono merci qualsiasi tutte quelle che si producono in Italia.
Il vino italiano, piemontese, dal Moscato d’Asti, all’Asti Spumante, dalla Barbera d’Asti al Brachetto d’Acqui al Barolo e Barbaresco, ma anche dal Gavi all’Alta Langa, al Dolcetto e a tutte le altre denominazioni, sono un “fatto personale”, intriso di storie, tradizioni, cultura, ambiente, paesaggi (e a proposito se rompiamo con i vini di territorio finiscono anche le vigne e se ne va il volano Unesco che sta portando tanti turisti in Langa-Roero, Monferrato e Astigiano).
E c’è da ricordare che il vino italiano è passato, eredità, ma anche giovani, che non è vero ne sono lontani, semplicemente il settore li ha dimenticati come se avesse scordato il proprio futuro oltre che il suo passato.
Il vino italiano è e deve essere nuove narrazioni, nuovi media, che non è vero siano solo social, reel, influencer e IA. C’è molto più di spessore e profondità nel racconto del vino Made in Piemonte che un breve post sui social o lo pseudo stupore a favore di videocamera di un o una content creator.
C’è alla base del vino piemontese e italiano una terra che è la stessa su cui camminano gli industriali, i viticoltori, i manager, i politici, i giornalisti. Ma tutti l’abbiamo dimenticato, convincendoci di percorrere un cammino solo nostro. Dunque, ora che la ricreazione è finita, bisognerebbe mettersi a lavorare per un percorso comune. Senza furberie e machiavellismi, senza disinteressi o interessi calcolati. Questo si deve fare. Una buona volta.
Filippo Larganà
(filippo.largana@libero.it)