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Verso Vinitaly 2026. Speranze e timori dei presidenti dei Consorzi di tutela a un mese dalla Fiera di Verona. «Momento complesso», «C’è preoccupazione», «Serve unità», «Dobbiamo essere positivi», «E la politica?»

Non è cambiato nulla, anzi, la situazione si è complicata. A un mese esatto dall’inizio di Vinitaly 2026, che aprirà i battenti a Verona dal 12 al 15 aprile prossimo, i “sentimenti” dei vertici dei Consorzi, come e più dell’anno scorso, sono divisi tra speranza e preoccupazione.

L’auspicio è che il settore sappia essere abbastanza resiliente da superare una folla di difficoltà che oggi più che mai fa sentire i suoi effetti, tra cambiamento climatico, dazi, difficoltà economiche, nuove guerre che sconvolgono gli assetti geopolitici, cambiamento del clima, costi dell’energia in crescita senza contare i cambiamenti di abitudini e le pseudo campagne salutiste che demonizzano il consumo di alcol mettendo nel calderone anche i vini.

Il timore è che la depressione delle vendite e dei consumi danneggi seriamente, e con effetti difficilmente prevedibili, settori strategici del mondo del vino italiano (e dell’Economia nazionale) con aree di pregio che potrebbero trovarsi a fronteggiare crisi economiche e sociali che, per ora, la politica, sia nazionale sia territoriale, sembra non considerare come eventi imminenti.

Dunque le preoccupazioni dello scorso anno, soprattutto focalizzate sui dazi appena annunciati dal Presidente statunitense Trump, si sono moltiplicate e si sentono tutte nelle parole dei presidenti dei Consorzi.

Per Francesco Monchiero (foto), presidente di Piemonte Land of Wine, il Consorzio che raggruppa tutti i Consorzi vinicoli di Tutela piemontesi il momento complesso che sta attraversando il mondo del vino va affrontato con unità e resilienza. «Quello che comincerà tra un mese a Verona sarà un appuntamento non di facile gestione. Gli accadimenti nel mondo hanno reso tutto più complesso. I consumi si sono contratti. Le scorte di vino in Italia sono sempre più alte e i mercati rispondono come possono considerando che i dazi degli USA stanno incrementando i prezzi. Faccio un esempio: oggi negli Stati Uniti d’America una bottiglia di vino piemontese di media qualità costa, al tavolo di un ristorante, attorno ai 100 dollari. La forbice di chi se lo può permettere, con lo spauracchio dell’inflazione e i timori dovuti alla guerre che stanno impegnando il Paese a Stelle e Strisce, è sempre più stretta. Con queste prospettive quello che dobbiamo fare, come Piemonte del vino, è andare al Vinitaly uniti, senza divisioni, promuovendo il brand piemontese quanto più possibile e fare lavoro di squadra magari trovando nuovi momenti di consumo per i nostri vini».

Vitaliano Maccario (foto), presidente uscente (il 26 marzo l’assemblea consortile eleggerà il nuovo CDA da cui uscirà il nome del nuovo presidente) del Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, conferma la difficoltà del periodo, ma annota che: «Il Vinitaly deve essere un momento di riflessione e di determinazione ad andare avanti. Dobbiamo andare a Verona con la voglia di fare al meglio il nostro lavoro e affrontare le sfide che arriveranno. Stare fermi non giova mai».

Stefano Ricagno (foto), presidente del Consorzio dell’Asti Spumante e del Moscato d’Asti e vicepresidente di Piemonte Land of Wine, pone l’accento sulle condizioni del settore legato ai vini tutelati dall’ente consortile che presiede: «I timori per il mondo dell’Asti e del Moscato d’Asti ci sono tutte. A Vinitaly dovremo ragionare anche su questo. Il momento è complesso. Lo vediamo tutti i giorni. Servono scelte di responsabilità da parte di tutti gli attori della filiera. Questo territorio di vini pregiatissimi va difeso non solo a parole, ma anche nei fatti. I tre Consorzi dell’Asti, della Barbera e del Brachetto hanno deciso di passare all’azione – il riferimento è al piano di promozione e marketin territoriale del Monferrato presentato ad Acqui lo scorso 3 marzo (ndr) Leggi qui – , senza dimenticare nessuno, ma cercando di dare un segnale che vuole essere anche testimonianza».

Dagli USA dove si trova per il tour dell’Alta Langa docg, Sergio Germano (foto), presidente del Consorzio Barolo, Barbaresco, Alba, Langhe e Dogliani, avverte: «Al Vinitaly, ovviamente, si va per lavorare. È vero che la situazione mondiale e commerciale è complicata e non certo facile, ma non dimentichiamo che i nostri territori sono ancora apprezzatissimi nel mondo. Dobbiamo partire da questa considerazione: i nostri vini sono ricercati e scelti in molte are mondiali. Dobbiamo continuare a proporli e promuoverli nella maniera migliore possibile. Il Consorzio di Barolo e Barbaresco ha in agenda molti appuntamenti, il 23 e 24 marzo un focus per giornalisti sulla doc Langhe a cui seguiranno altre masterclass di Barolo e Barbaresco in un paio di prestigiose Università USA. Appuntamenti che ci sono stati richiesti, segno che c’è ancora moltissimo interesse all’estero per i vini italiani e piemontesi in particolare. Non è poco».

Paolo Ricagno (foto), presidente del Consorzio Vini d’Acqui, con una lunga esperienza nel mondo del vino piemontese che lo ha visto ricoprire molteplici incarichi e ruoli, dall’Assomoscato (vignaioli) alle presidenze dei Consorzi della Barbera e dell’Asti, non esita a definire il momento attuale come «La peggiore crisi del vino nella storia nazionale». E a chi gli chiede se non sia un po’ troppo replica secco e diretto: «La filiera sta finendo i soldi. Non è solo questione di mercati e di aziende. Si rischia di non avere più spazio per garantire ai vignaioli un reddito agricolo non solo dignitoso, ma addirittura sufficiente a tutelare il sostegno minimo delle aziende agricole. Il Vinitaly 2026? Sarà uno dei più complicati mai vissuti da tutti». Che fare? Paolo Ricagno, che è stato tra i promotori del piano di promozione e marketing del Monferrato illustrato ad Acqui Terme, sprona all’azione: «Dobbiamo far tornare gli italiani a consumare il nostro vino. Pensiamo agli aromatici piemontesi: il Brachetto d’Acqui, come il Moscato d’Asti e l’Asti Spumante, sono vini naturalmente a bassa gradazione alcolica, ideali anche per lo stile di vita moderno e delle nuove generazioni. Dobbiamo puntare su quello anche con il supporto pubblico che all’estero è già presente in modo massiccio. Basta guardare ai nostri cugini francesi come si sono mobilitati per difendere il settore del vino che percepiscono davvero strategico per il loro Paese». E a questo proposito richiama al suo ruolo la Politica, nazionale e di territorio: «Che cosa hanno intenzione di fare i nostri politici? Come vogliono sostenere seriamente il settore del vino? Fino ad ora hanno dimostrato scarsa o nulla considerazione. Così non va».

Insomma per alcuni Consorzi di tutela dei vini piemontesi la strada di avvicinamento al Vinitaly 2026 è lastricata da sentimenti contrastanti e dominata da timori che ancora non cessano di agitare il comparto.

Filippo Larganà
filippo.largana@libero.it

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