
Raccontare storie e fare informazione è uno dei tratti distintivi di questo blog, Sapori del Piemonte, che da sempre parla di territorio facendosi interprete delle voci della filiera. Oggi, però, il punto di vista cambia: le lenti che indossiamo sono quelle di chi firma, senza mediazioni. È il racconto di un primo Vinitaly, vissuto senza filtri.
L’impatto iniziale non può che essere legato alle dimensioni. La fiera colpisce per ampiezza e dispersione, più di quanto si possa prevedere. I padiglioni sono tanti e molto estesi, ma non sempre la segnaletica, le mappe o l’app aiutano a orientarsi in modo efficace. A mancare è un livello di dettaglio più approfondito, ad esempio con una suddivisione chiara degli stand all’interno dei singoli padiglioni, magari con l’indicazione del tragitto per raggiungere una data azienda o Consorzio, o una localizzazione più immediata delle regioni. Per chi è alla prima esperienza, questo si traduce in una certa difficoltà iniziale nel pianificare il percorso.
Superata la fase di iniziale (dis) orientamento, emerge uno degli aspetti più caratteristici del Vinitaly: l’ampiezza e la varietà dell’offerta. Non solo vino, ma anche distillati, vini aromatizzati e cocktail, in un contesto che permette di degustare senza particolari limitazioni. Una proposta accessibile a tutti, anche ai meno esperti, anche grazie alla disponibilità degli operatori del settore, pronti a spiegare e raccontare i prodotti con competenza.
In questo quadro si inserisce un altro elemento distintivo della manifestazione: la capacità di mettere insieme realtà molto diverse, dalle grandi Cantine ai piccoli produttori.
La risposta all’offerta è stata più che convincente. Le nostre impressioni sulla grande partecipazione hanno trovato conferma nelle parole del presidente di VeronaFiere, Federico Bricolo, il quale ha espresso soddisfazione per l’evento, nonostante le complesse dinamiche geopolitiche che hanno animato il 2025 e l’inizio del 2026, tra dazi, accordi mancati o sospesi (Mercosur tra tutti), tensioni crescenti e crisi dei carburanti. I numeri di sintesi di Vinitaly 2026 confermano: 4 mila aziende espositrici e più di 90.000 visitatori da oltre 135 Paesi (cinque in più rispetto al 2025).
Accanto a questo, resta evidente una criticità organizzativa legata ai punti ristoro. La loro presenza limitata crea disagi, soprattutto nelle ore centrali della giornata, con code e difficoltà a trovare alternative rapide. Un aspetto non secondario, considerando che una corretta gestione delle pause è fondamentale in un contesto in cui le degustazioni sono continue. Un suggerimento: molto bene, anzi benissimo, per quanto riguarda i piemontesi la presenza del Ristorante Eccellenza Piemonte, gestito dallo chef stellato Davide Palluda di Canale. Tuttavia uno spazio dedicato alla degustazione di prodotti tipici piemontesi, magari da abbinare a una selezione di vini, avrebbe fatto comodo. Soprattutto in considerazione dell’eccellente risultato ottenuto solo pochi mesi fa dalla cucina italiana, che è stata “incoronata” Patrimonio immateriale dell’Umanità dall’Unesco.
Cosa lascia, dunque, alla fine questo Vinitaly 2026? Una fiera che funziona, con una soddisfazione diffusa tra i visitatori e un’opportunità concreta per gli operatori di presentarsi sul più grande palcoscenico vitivinicolo italiano e tra i più rilevanti a livello internazionale, anche grazie all’innegabile status di eccellenza mondiale del vino italiano.
Dove migliorare? Logistica, digitalizzazione e una maggiore semplificazione organizzativa: elementi chiave per ammodernare ulteriormente la manifestazione e consolidare, se non accrescere, i risultati già molto positivi registrati.
Enrico T. Larganà