
Siamo alla frutta, anzi, al frutto. In questi giorni in Piemonte si è avviata la vendemmia, prima le uve per spumanti, poi gli aromatici, brachetto e moscato bianco, a seguire i rossi, barbera in testa e nebbiolo in coda, forse.
Naturalmente l’uva che più fa parlare è il moscato bianco. I motivi sono noti: una filiera molto allargata, con interessi diversi e, spesso, contrapposti, una classe industriale che viene messa – o si mette – in confronto con la base agricola che, da parte sua, non riesce mai a esprimere un fronte unito, coerente, adulto verrebbe da dire.
Ne consegue, ogni anno, puntualmente prima della raccolta, scambi di battute, anche durissimi e aspri, tra le parti. Scambi che di certo, non favoriscono quell’unità di vedute che, almeno in apparenza, c’è in altre filiere, come quella dello Champagne, per non parlare di bollicine nostrane.
Poi, come se non bastasse, ci si mettono i luoghi comuni.
Parliamo del Prosecco. Da più parti, anche su questo blog, anni fa si è inneggiato a un certo serpeggiante anti-prosecchisimo piemontese. Azioni, spesso più di facciata che di sostanza, diffuse soprattutto tra la parte più territoriale dei consumatori piemontesi che, temiamo, sia anche quella minoritaria.
Eppure c’è da ricordare che proprio alcune Case spumantiere piemontesi, anche tra quelle storiche, in quello spumante veneto-friulano ci “inzuppano il biscotto”, nel senso che lo imbottigliano, su deroga, e ci fanno affari.
Facciamo parlare i numeri. Di Prosecco doc da uve glera, secondo le ultime stime, si producono e vendono in tutto, in Italia e nel mondo, oltre 600 milioni di bottiglie, per la precisione 667 milioni (dati 2025), secondo il Consorzio del Prosecco doc.
Il Prosecco doc è senza dubbio una storia di successo tutta italiana, ma che, con buona pace dei veneti-friulani, giustamente orgogliosi di essere patria delle bollicine italiche più brindate sul pianeta, sembra debba qualcosina anche ai piemontesi.
Quanto? Non poco. Secondo alcune fonti sul territorio, in Piemonte sarebbero imbottigliati e commercializzati 60 milioni di bottiglie di Prosecco doc, circa il 10% del totale. Sarà vero? Conferme ufficiali non ne abbiamo trovate, tuttavia se questo dato fosse confermato il ruolo dei piemontesi non sarebbe secondario allo sviluppo e al sostentamento della “odiata” economia prosecchista.
Detto questo, però, sorgono altre domande.
Perché il Piemonte, che è stata la culla della spumantistica italiana, vende anche uno spumante veneto-friulano e non solo i propri spumanti.
“Oh bella, ma perché conviene!” risponderebbe più di un imprenditore o manager del vino.
Certo, vendere Prosecco doc in Italia e in giro per il mondo è una scelta supportata da molti plus: costi di produzione adeguati, prezzo corretto, marketing che parla da solo, una narrazione che dallo Spritz in su, supporta una bollicina la cui tendenza continua a crescere, nonostante le mode e le crisi.
Tuttavia qualche domanda gli imprenditori piemontesi del vino dovrebbero porsela. Per esempio a quale vitigno debbano il proprio status e le proprie fortune enologiche. Il pensiero che il moscato bianco, con Asti Spumante e Moscato d’Asti, tra gli Anni ’80 e 2000, abbia avuto un qualche ruolo è più che legittimo.
Qualcuno potrebbe obiettare che le scelte aziendali non si discutono, perché sono fatte per garantire fatturato e solidità all’azienda che, ricordiamolo, sono fattori vitali per pagare stipendi e fornitori.
Tutto vero e sacrosanto. Come vero e sacrosanto è che le aziende vitivinicole non sono imprese come le altre. Hanno radici reali e concrete nelle vigne, proprie e dei propri conferenti. Hanno tradizioni e storia dei loro fondatori e figli e figlie e nipoti.
Qualcuno obietterà che questi temi non c’entrano col business. È una lettura comprensibile, ma opinabile. C’è da chiedersi, infatti, se davvero il vino sia solo business e non anche narrazione, storia, tradizione e innovazione. C’è da chiedersi se gli affari vengano sempre prima del territorio o se non esista una strada per farli convivere, rispettando radici, tradizioni, storia e innovazione. Qualche produttore, tempo fa, ci disse che è strada percorribile, ma molti tortuosa e, forse, meno proficua.
Questione complesse. Dirimenti sono i punti di vista. Ma, a scanso di equivoci una precisazione va fatta: qui non si sta facendo la “guerra” alle bollicine non piemontesi, non si sta promuovendo una sorta di populismo del tappo, un novello nazionalismo dello spumante. Qui ci si vuole domandare se non sia il caso, per i piemontesi del vino, di avere un occhio di riguardo per le proprie produzioni, che, ricordiamo, hanno nomi e qualità prestigiose. Si chiamano: Alta Langa, Asti Spumante, Moscato d’Asti, Brachetto d’Acqui, Acqui e Acqui Rosé, senza dimenticare i tanti spumanti da uve Cortese, Timorasso, Barbera, Nebbiolo.
A questo proposito, a ridosso di questo torrido Ferragosto 2026, ci sia concessa una suggestione: e se in Piemonte di quei, forse, 60 milioni di Prosecco doc, almeno la metà fosse convertita ad Asti Spumante? Beh, se accadesse sicuramente oggi non staremmo parlando della crisi del moscato bianco e i vignaioli potrebbero dormire sonni più tranquilli.
E a proposito di vignaioli nelle ultime settimane sui social, che sono diventati l’evoluzione più nefasta dell’agorà ateniese, abbiamo letto cose irreali; dall’accusa ai Consorzi di non blindare il prezzo delle uve (la difesa sindacale compete alle organizzazioni di categoria come Cia, Coldiretti e Confagricoltura), quando gli enti consortili possono solo dare indicazioni (che le aziende vinicole, in un mercato libero, non sono tenute a rispettare), all’annuncio, senza uno straccio di prova, di comportamenti pseudo speculativi da parte di industriali “spregiudicati”. Dichiarazioni che lasciano il temo che trovano.
C’è da ricordare, infine, che in una libera trattativa, come è oggi quella delle uve moscato bianco (e anche di altre uve), il prezzo lo fa il mercato, lo fanno le regole della domanda e dell’offerta e lo fa, in misura non minore, anche la qualità della merce che si offre. Se poi il mercato non richiede più quella merce, o ne chiede di meno, il fenomeno si chiama “rischio d’impresa”. Chi ha una partita IVA (viticoltori e industriali del vino compresi) ne deve essere sempre consapevole e, nello stesso tempo, in alternativa, prevedere un piano B e anche C e, magari anche D.
Buon Ferragosto 2026.
Filippo Larganà
(filippo.largana@libero.it)