
Venerdì 11 settembre, alle 17, ad Asti, in piazza San Secondo apre l’edizione 2026 della Douja d’Or, ex concorso nazionale enologico, ora vetrina dei vini del Piemonte.
In programma, fino al 20 settembre, dieci giorni di degustazioni, talk, masterclass e incontri. Altre info qui.
La manifestazione è promossa da Camera di Commercio di Alessandria-Asti, Banca d’Asti e Fondazione Cassa di risparmio di Asti, in collaborazione con il Consorzio Piemonte Land, il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, il Consorzio Asti Docg e Moscato d’Asti Docg, l’Unione Industriale della provincia di Asti in collaborazione con il Vermouth di Torino e l’Associazione Produttori di Vino Biologico, con il sostegno della Regione Piemonte e del Comune di Asti e con la regia dell’Ente Turismo Langhe Monferrato Roero.
Insomma dietro alla kermesse astigiana c’è un bel pool di enti e associazioni per tenere viva un’iniziativa che, negli anni, ha avuto i suoi alti e bassi, ma che continua a tenere botta, anche e forse soprattutto grazie all’impegno dei Consorzi vinicoli – Barbera, Asti e Piemonte Land in testa.
Gli organizzatori, da parte loro, segnalano come «Dopo quasi sessant’anni di tradizione, la Douja d’Or oggi guarda al futuro e si propone al pubblico di appassionati e turisti come luogo d’incontro tra territori, idee, sapori e linguaggi».
Ecco, a proposito di futuro non si può non dire di quanto il mondo del vino piemontese e italiano sia in subbuglio.
La Douja di Asti, naturalmente e giustamente, presenta il lato più giusto e corretto – quello glamour e pop – di una filiera che, tuttavia – e non suo malgrado perché di responsabilità di quello che vediamo oggi ne ha – deve fare i conti sempre di più con crisi che ne minano quanto meno la serenità, se non la sopravvivenza come la intendiamo ora.
Di allarmi in questo senso in Piemonte ne sono stati lanciati tanti, da tempo e in modo diverso.
Alcuni Consorzi sono usciti allo scoperto denunciando situazioni insostenibili e chiedendo azioni forti, dalla vendemmia verde (decurtazione dei grappoli), all’estirpo di vigneti, alla distillazione di crisi (la stessa che è stata chiesta in Puglia e Sicilia, ma anche in Francia).
Altri soggetti consortili hanno avuto un approccio più cauto e strategico dettato, fors, dal timore che l’ammissione di una crisi potesse in qualche modo generare un marketing in negativo sulle denominazioni tutelate.
Non è escluso che proprio questa frammentazione di posizioni abbia indotto le Istituzioni a una sorta di attendismo che alcuni hanno interpretato come una negazione della crisi.
Da qui al confronto, a volte anche aspro, il passo è stato brevissimo.
Con una Politica italiana altamente polarizzata, dove maggioranza e opposizione tendono ad arroccarsi sulle posizioni sclerotizzate e ogni tema, dunque anche la crisi del vino, è interpretato come divisivo, è chiaro che chi ci va di mezzo è proprio l’argomento in oggetto, che si riduce, quasi sempre, a mera speculazione. Sintetizziamo: il “dibattito” è ridotto a “noi siamo i buoni e diciamo cose intelligenti gli altri sono cattivi e dicono cose stupide”.
Così la Politica da arte della mediazione diventa muro contro muro. Il risultato? Anche sul tema vino le fratture si allargano e le crisi non si risolvono.
Ora, a noi – e non solo a noi – piacerebbe, come ha dichiarato a questo blog il presidente del Consorzio Barbera d’Asti, Filippo Mobrici (leggi qui), che la Douja fosse luogo e momento, oltre che per brindisi e degustazioni, anche per pensare e magari organizzare quegli Stati Generali del Vino che Paolo Ricagno, presidente del Brachetto e personaggio di lungo corso nel mondo del vino piemontese, aveva ipotizzato già otto anni fa (leggi qui). Accadrà?
Intanto buona Douja a tutti.
Filippo Larganà
(filippo.largana@libero.it)